50 sporchi millisecondi

TLAC!

Incredibile come un semplice gesto, piccolo, istantaneo e banale possa trasformarsi in tragedia

TLAC!

Quanti destini sono cambiati per un gesto, vite spezzate da un pollice verso, città distrutte da un pulsante premuto, destini stravolti da una semplice firma…

TLAC!

Che Dio maledica i piccoli, istantanei e banali gesti. 50 dannati millisecondi.

Ora: 17:58:32:47  Luogo: Centro di controllo globale, cervello

Jack entrò nella sede con un passo troppo veloce perchè fosse una giornata normale.

Intorno a lui subito vorticarono fastidiosi un centinaio di operatori sbraitanti, ansiosi di riferirgli per filo e per segno la situazione degli ultimi millisecondi. Un’ emergenza.

“Levatevi dalle palle, so io dove informarmi” sbraitò verso la folla, che subito si defilò come un branco di cagnolini mansueti.

“Idioti” pensò. Aveva già notato in fondo al corridoio la spia di emergenza di grado 3 che avvolgeva la precamera del centro di controllo di un alone verde lampeggiante.

“Questi non sanno un cazzo di quello che sta succedendo” pensò tra sè e sè.

Il grado 3 infatti, era il penultimo grado nella scala del pericolo, e le informazioni relative a situazioni del genere rimanevano ben chiuse dentro quel cassetto blindato che era La stanza del centro di controllo.

Accellerò ancora di più il passo, rivolse un cenno di saluto alle impassibili guardie appostate nella precamera e dopo una breve fase di riconoscimento delle credenziali gli si spalancò di fronte l’enorme stanza di controllo globale.

L’atmosfera era tesa, si sentiva nell’aria.

Rivolse un distratto “Ciao” alla sala ma nessuno rispose se non con qualche mugugno sommesso.

“Bhe, spero sia successo qualcosa  di interessante” disse sorridendo tentando di sdrammatizzare.

Nessuno rise…la situazione era grave.

Subito Carl si fece serio “Rapporto…Andrew fammelo te”.

Una giovane cellula cerebrale gli si avvicinò porgendogli dei fogli.

Il viso di Carl si deformò in una smorfia.”Situazione degli analisti…voglio sapere che dicono, datemi le prospettive in caso di fallimento”

“Ripercussioni psicologiche, stress in crescita, disagi familiari, rimorsi…non bene” rispose Andrew.

“Cazzo” rispose Carl “qualche possibilità di moralizzazione? La possiamo usare questa cosa?” Carl stava già pensando ai probabili danni collaterali e a come uscirne brillantemente.

“Scarse, se và fino alla fine porterà solo rogne”

Carl riflettè per qualche istante in silenzio mentre Andrew intanto lo incalzava per sapere qualcosa.

“Devo andare, preparatemi un trasporto elettrico veloce” disse Carl

“Cosa?” risposero gli operatori “capo, qua è un casino se lei non c’è…”

“Voi monitorate continuamente la situazione, se ci sono problemi contattatemi, io devo andare in un posto e ci devo andare adesso se vogliamo uscirne” detto questo si precipitò verso l’hangar del trasporto, era un viaggio di 5 millisecondi e non sarebbe stato piacevole.  Nemmeno la destinazione lo era.

Ora: 17:58:32:55 Luogo: Infrastruttura motoria alpha, gomito

“Ne ho piene le palle delle vostre intromissioni hai capito?”

Quello che lo stava raggiungendo come una furia nell’hangar del gomito era Hang, una rissosa vecchia cellula epiteliale, capace nel suo lavoro ma ultra-protettivo con il suo reparto e soprattutto, odiava Carl.

“Stai calmo” rispose Carl, lanciando rassicuranti bagliori azzurri, chiaro messaggio di pace

“Non me ne sto calmo neurone del cazzo, noi facciamo il lavoro sporco qua, dobbiamo gestire tutta la parte motoria superiore e voi del cervellone continuate a scendere giù a dare ordini, a mettere il naso su cosa dobbiamo fare e cosa no, sempre che vi degniate di venire di persona, cosa che non succede mai!”

Era furibondo.

Carl senza dire nulla tirò fuori dalla valigetta una cartellina rossa. 3 stelle d’oro capeggiavano sulla copertina, sotto, la scritta ” THIRD GRADE” in rilievo lasciava presagire, se gli altri dettagli non fossero bastati, che Carl era lì per una faccenda seria e non per una scaramuccia tra bulletti di periferia…

“Terzo Grado? M-ma…” Hang balbettava “è roba seria?”

Carl con uno sguardo quasi paterno annui

“E abbiamo poco tempo….dobbiamo parlare”

Senza perdere un istante Hang fece un cenno a due guardie armate che presidiavano l’Hangar e gli urlò di preparare la Sala centrale.

Poche frazioni di millisecondi dopo Carl, Hang e i capi infrastruttura si trovavano attorno ad uno splendido tavolo circolare in cartilagene a discutere. A differenza della sala del cervello li non c’erano monitor ma solo schemi muscolari e un migliaio di telefoni appesi lungo le pareti. Ogni telefoni riportava un numero e una lettera.

“L’unica soluzione…” disse un accigliato Hang “è una mobilitazione generale, ma dobbiamo dare l’ordine entro massimo 2 millisecondi”.

“Tutte le risorse del cervello sono a disposizione…” disse Carl “…sono a VOSTRA disposizione”.

Quell’ultima aggiunta era un tocco di classe di Carl, significava dare più importanza al reparto infrastruttura che al reparto cervello, quasi un ammissione di colpa. Hang rispose ringalluzzito da nuova autostima

“Bene, vogliamo un controllo visivo aumentato, percezione del pericolo massima, udito parzializzato per evitare distrazioni, centri dell’attenzione esclusivamente sull’oggetto del problema, sudori freddi, all’epitelio ci pensiamo noi…potete farlo? Nessun casino di giurisdizione?”

“Certo” rispose Carl mentre già digitava il numero del centro di controllo. Si alzò e subito cominciò a ripetere le richieste di Hang all’operoso Andrew.

Hang intanto chiamò a raccolta tutte le infrastrutture minori “Polso, metacarpi, avambracci e spalla a rapporto, abbiamo bisogno di tutte le forze disponibili per un azione sinergica ad alto rischio…abbiamo un grado tre! Ripeto, abbiamo un Grado tre”

Ora: 17:58:32:97 Luogo: Mondo, il corpo

TLAC!

Nel corpo tutti i muscoli si tengono, dicono che quel semplice gesto non può continuare. Chissà se nella mente dei potenti che decidono le sorti dell’umanità compare un immagine del futuro che stanno per decidere. La mano continua a tirare l’oggetto ma più lentamente…c’è qualcosa, un dettaglio…gli occhi sgranati osservano la zona, l’uomo non riesce quasi a sentire rumori cosi preso dalla ricerca di quel dettaglio cosi vitale.La porta di legno vecchio e usurato, un rovere tinteggiato di scuro, un pomello d’ottone ossidata tirato da un polso dove campeggia ancora la vecchia cicatrice di un vecchio incidente in bici, i bordi del muro ricoperti da grigie lastre di marmo da 20 millimetri e quel luccichio…

La vista si concentra sul lucchichio dondolante che aveva già notato prima, “metallo forse…ma cos’è, viene da dentro…”.

Mentre i muscoli del braccio sono sempre più bloccati e anzi, adesso oppongono ferma resistenza a quel ‘semplice gesto’, gli occhi si fissano come uno zoom di un obiettivo su un portachiavi che dondola dall’interno della casa, attaccato a quella serratura in ottone uguale a quella che c’è all’esterno

“Le chiavi sono rimaste dentro…”, sudori freddi, panico. Caos.

“Ci siamo, ha capito!” urlava Andrew dal centro di controllo dle cervello, “prepariamoci alla scossa emotiva, si preannunciano shock elettrici, immagini di futuro ipotetico e disagio personale!”

Nel centro di controllo tutto tremava, scintille e luci che si spegnevano di colpo, negli schermi solo immagini distorte di un futuro che si sperava non si avverasse.

“Ha Capito” urlo Carl dal Gomito ad Hang, anche loro circondati dal frastuono e aggrappati al tavolo di cartilagene.

Ma era troppo tardi.

TLAC!

La porta si chiude.

TLAC!

Che siano dannati quei 50 sporchi millisecondi.


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