Carestia di binari

Nella mia città c’è carestia di binari.

Non è che se li rubano per farci i cannoni come nella seconda guerra mondiale, e nemmeno ci sono troppi treni su poche rotaie, niente di tutto questo. Semplicemente succede che quando arriva un treno con troppo ritardo, a volte viene fatto partire dallo stesso binario di un altro ed oggi è una di quelle occasioni. Il mio treno parte dal binario 4, direzione Porto Ceresio ma quando spunto dalla scalinata sotterranea mi ritrovo davanti due treni, uno per Milano e il mio. Ci penso un istante e senza nessuna esitazione salgo su quello giusto, mi siedo e aspetto.

Comincia ad entrare altra gente, e come succede sempre in un treno, è un mix straordinario di personalità diverse. C’è il giovane ribelle, la donna in carriera, il pazzo dalle tendenze maniache, la vecchina confusa, il vecchio manager e il vecchio e basta. Poi ci sono io, seduto vicino al finestrino, seconda fila, libro in mano e zaino buttato con poca cura sul sedile davanti. Secondo i miei canoni dovrei essere quello normale.
I cartelli luminosi all’esterno sono spenti e mancano 5 minuti alla partenza. Non un capostazione, non un numero di treno identificativo, la gente comincia a farsi domande e a mugugnare…‘ma sarà il treno giusto?’.

La vecchina confusa, gonna lunga, maglioncino rosa e occhialoni da talpa, prende coraggio, appoggia le due borse della spesa gonfie e dal basso dei suoi 142 centimetri chiede

“Ma è questo il treno per Porto Ceresio?”

Interviene subito il vecchio e basta, tuta sportiva Reebok blu, scarpe in pelle marrone e giaccone della protezione civile. Non aspettava altro che un fiammifero per accendere la miccia. Il suo faccione diventa istantaneamente rosso fuoco.

“Signora, ma non vede che sono degli irresponsabili? Ci lasciano qua e nessuno che ti dice in che treno bisogna salire” risponde, quasi urlando. Lo sdegno comune che fino a quel momento era rimasto sopito si risveglia di colpo.

“E se fosse quello davanti?” aggiunge la donna in carriera, una bella tanica di benzina su un fuoco che si poteva spegnere subito. Una donna cosi non può chiedere, può solo instillare dubbi e cercare di cavarsela senza che nessuno scovi le sue debolezze umane. Il suo vestito austero ma audace, i cappelli racchiusi in una coda impeccabile. Tocco di colore aggiunto da splendidi occhiali alla moda rossi. Chissà se non ci vede davvero ma non è importante, fa tutto parte del bluff.

La frase coglie nel segno, il dubbio si insinua e la vecchina si spaventa.

“Oh ma la nipote mi aspetta alla stazione…come faccio io adesso?” riprende la vecchina

“Per me è il treno davanti quello per Porto…signora io lo prendo ogni giorno per andare a lavoro e il treno mi sembra proprio lo stesso” si intromette il pazzo. Probabilmente lui sa di avere un aspetto poco raccomandabile con quel cappotto troppo lungo, i pantaloni verdi e i capelli disordinati e quindi cerca di introdurre elementi di sicurezza, per far capire alla gente che di lui ci si può fidare, anche se non dovrebbe.
Un sospiro di serenità quasi globale si spande nella carrozza, mischiandosi all’aria calda che fuoriesce dalle 10 bocche sputafuoco del sistema di riscaldamento. Il pazzo sorride e tutti sorridono di rimando.

“A me sembrano tutti uguali, non sarei cosi sicuro che quello davanti sia quello giusto” ribattè uno sconsolato vecchio manager, completo grigio,calvo, triplo mento, occhiali in osso e ventiquattr’ore in pelle marrone ormai consunta e dalla maniglia rovinata. Il tono è di quelli rassegnati all’idea di aver fatto una scelta e di non poterla cambiare, come se il rischiare nella vita valga solo finchè non ti sei sistemato, come se scendere e cambiare treno non sia una mossa da coraggiosi ma solo da pazzi. Il tipico uomo che fa della sicurezza il suo stile di vita e che non lascia spazio alle emozioni o all’istinto.

I toni si accendono, l’ingresso di altra gente confusa come studenti casinisti, immigrati clandestini che non riescono a farsi capire e un incredibile serie di boy scout trasformano una malinconica carrozza di un treno in una accesa agorà di discussioni.

C’è un ragazzo sul sedile di fronte, il giovane ribelle; seduto di fianco al mio zaino che ascolta musica mentre sgranocchia delle patatine. Io lo guardo e lui mi guarda. Abbiamo capito tutto, ce lo si legge negli occhi, solo che lui è un tipo anarchico, uno stronzo e ci sta godendo, mentre io provo tenerezza mista ad una gran pena. Decido di parlare.

“Scusate…” dico alzando un pò la voce e infilandoci dentro mezzo punto interrogativo e mezzo escalmativo. La gente si gira e fa silenzio, attirata dal mio tono strafottente ma autoritario. Lascio un attimo la voce in sospeso, un po’ come quando in un film, il più cattivo si alza dal fondo del saloon e fa la voce grossa nel bel mezzo di una rissa e tutti smettono…

In quell’istante mi chiedo se farli sentire degli idioti o se andarci leggero. Decido per una via di mezzo…

“Scusate” ripeto, “ma se questo treno andasse a Milano andremmo a sbattere su quello davanti, non pensate?”

Il ragazzo ride, la gente si siede.

Silenzio.


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