Mai così bello

Passeggiavo lungo le vetrine affacciate sul corso quando ti ho vista uscire da un negozio e fermarti subito fuori dalla porta. Sorridevi e la luce del pomeriggio ti accendeva gli occhi, o forse erano i tuoi occhi ad accendere la luce del pomeriggio.
Quando i nostri sguardi si sono incrociati è stato come vivere una vita intera in un istante. Quando hai posato gli occhi su di me ho capito che eri la donna che stavo aspettando.
Io ti ho detto ciao e tu hai risposto ciao. Non ricordo di avere mai avuto una conversazione più bella.

La prima volta che siamo usciti indossavi un paio di jeans attillati che seguivano le tue curve, il vestito di seta grigia spariva dietro una vistosa cintura di pelle nera e regalava un’invitante scollatura. Il ticchettare degli stivali continuava a rimbombarmi nel cervello nonostante tu fossi già seduta a tavola. Con le dita della mano sinistra giocavi col bordo del bicchiere da vino, con quelle della mano destra rigiravi la ciocca dei capelli dietro l’orecchio. Mentre aspettavamo la cena ogni tanto arricciavi al naso alle mie battute. Non ho toccato praticamente cibo, ma la carne doveva essere squisita a giudicare dalla tua espressione. Mentre masticavi i bocconi, con le labbra un poco unte, un formicolio mi saliva dallo stomaco fino alla gola. Non riuscivo a toglierti gli occhi di dosso, e la cosa ti divertiva, magari ti lusingava.
Non ricordo il titolo del primo film che vedemmo insieme. Tu vedesti il film, io te per tutto il tempo. In novanta minuti ho imparato a riconoscere ogni sfumatura di ogni tua espressione. La serenità, l’apprensione, il dubbio, la gioia. Sono state tra le ore più belle mai passate in un cinema, anche se del film potevo solo vedere la luce riflessa sul tuo volto di una bellezza così leggera, impalpabile, eppure così potente da opprimermi. Ero già pazzo di te.
Ti facesti riaccompagnare a casa e poi mi invitasti a salire. Preparasti due caffè di cui non scoprimmo mai il sapore. In un attimo i tuoi vestiti erano finiti ai piedi del letto. Tu stesa sopra le lenzuola e io impietrito su un lato. Se non mi avessi tirato per il lembi della camicia probabilmente sarei ancora lì. Eri bellissima, perfetta, neanche un ritratto ti avrebbe reso perfetta qual eri.
Al matrimonio c’erano tutti e secondo me non ce ne è mai stato uno uguale. Sembrava ci fossi nata in quell’abito, anche se non vedevo l’ora di togliertelo, e quando è successo il riso era finito ovunque. Più ti spogliavo e più ne trovavo, e più ne trovavo e più eri nuda.
La gioia che avevi negli occhi quando hai visto che il test di gravidanza era positivo non era nemmeno la metà di quella che avevi guardando la prima ecografia. Anche durante il parto non hai perso per un momento il tuo splendore, e anche se lo sapevi sembravi sorpresa nello scoprire che fosse maschio.
Poco dopo arrivò anche la femminuccia, molto più irrequieta, già da dentro il pancione.
Quando morì il cane fu un duro colpo per tutti, per nostro figlio in particolare. Il modo in cui era legato a quel cucciolo, anche se cucciolo oramai non lo era più, era commovente.
Crescevano belli come il sole, prima i diplomi, poi le lauree. Casa era sempre piena di ragazzi che andavano e venivano, e tu che ti domandavi sempre quali dei tanti e delle tante piacevano ai nostri figli. Quali che fossero e quanto bene si volessero, io ero certo che mai nessuno al mondo avrebbe potuto provare quello che io provavo per te, e se può sembrare presuntuoso è perché è la tua perfezione ad essere presuntuosa. Una persona come te si può amare solo in questo modo e io ringrazio Dio che sia toccato a me.
Una leggera sferzata di vento mi costringe ad un battito di ciglia. Tu sei lì, ancora fuori dalla porta del negozio da cui sei appena uscita.
Ora vengo lì e ti dico ciao e tu mi risponderai ciao. Devi rispondermi ciao.
Neanche il tempo di fare un passo che un uomo arriva alla tue spalle. Ti cinge con il braccio intorno alla vita e ti bacia dietro l’orecchio.
A me solo la consolazione che tra voi non potrà mai essere così bello.


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