C’era una volta a New York

Il giorno che ti svegli con le ossa rotte e i denti spaccati la prima cosa che ti domandi è quale degli stronzi che ti hanno ridotto in quel modo ucciderai per primo. La seconda è in che modo.

Mi chiamo Jimi Lion, negli ultimi quattro anni della mia vita sono andato a letto col sole e mi sono svegliato al tramonto. Quando le luci si abbassano e la città si addormenta le strade si riempiono di topi. Spacciatori, puttanieri, borseggiatori e stupratori. All’ombra della luna diventa pericoloso comprarsi anche un cazzo di hotdog. L’ultimo mi è costato un dito, un distintivo, e un cadavere a saldo. Con quel maledetto hotdog ho smesso di essere un poliziotto e ho cominciato ad essere un assassino. Se ci ripenso ricordo ancora adesso il sapore della senape mentre spingevo il tacco della scarpa dentro il cranio di quel farabutto. Voleva il portafogli. In un altro giorno lo avrei anche accontentato. Ma non in quello. L’unica cosa che ottenne fu il mio mignolo sinistro e un cartellino attaccato all’alluce. Mentre esalava l’ultimo respiro raccoglievo due tovaglioli dal carretto e mi ripulivo la bocca.

Mi chiamo Jimi Lion ma il mondo si è scordato il mio nome. Vivo come un’ombra, mi muovo nell’ombra, ma se qualche figlio di puttana vede quell’ombra, significa che è un figlio di puttana morto. Scrivono di me come di uno che raddrizza le storture, che tappa le falle, che toglie la benda alla giustizia. In verità non sono diverso da quelli a cui do la caccia, l’unica differenza è che sto dall’altro lato della pistola.

Almeno fino a ieri.

Aprii la porta come tutti i giorni, e come tutti i giorni controllai i messaggi in segreteria, vecchio retaggio della mia vita precedente. Era quasi l’alba e quella notte avevo portato a termine il mio lavoro. Dovevo consegnare una rosa. Una bella rosa di piombo nel petto di Travis, uno dei più grandi trafficanti di New York. Una vita spesa per la droga, e Travis, ne aveva fatta di carriera in quel mondo sommerso fatto di discoteche della peggior fatta e di adolescenti col cervello cotto. Ma la ruota si sa, gira per tutti. La vita dà e la vita prende. Quella notte prese a Travis tutto quello che ancora gli era rimasto, e non era molto. Dopo la mia visita quel poveraccio poteva essere identificato solo dalla droga che portava addosso: ero sporco di sangue, puzzavo come una fogna e sudavo come un maiale: stavo bene. Mi scolai un bicchiere di scotch irlandese e mi addormentai col resto della bottiglia in mano.

Quando aprì gli occhi un po’ di tramonto filtrava ancora tra gli spiragli della finestra. Giusto il tempo di fare una doccia. Travis mi scivolava via dalla pelle, e giù, fino allo scarico. Spariva inghiottito dal turbine d’acqua e scendeva, fino all’inferno, insieme a tutti i suoi amichetti prima di lui. Potevo dire che quegli scarichi avessero visto più sangue che merda. Rivestendomi arrivai alla porta dove mi aspettavo di trovare una busta gialla. Non ero sicuro che ci fosse, ma contavo che ci fosse.
Anche in una città come New York alcune cose non possono essere tenute nascoste. Pensieri che non riesco a rimanere impensati, identità che non possono essere cancellate. Le pagine di giornali avevano sempre qualche articolo riservato alla mia… attività.
Il mio appartamento tuttavia era una zona franca, godeva di privilegi. La polizia arrivava fino alla porta e non oltre. Non ho mai saputo se gli sbirri sapessero chi fossi, e non me ne importava molto. Quello che era importante erano le informazioni che mi passavano sotto la porta. Cominciarono ad arrivare circa due anni dopo quel maledetto giorno, e dopo la prima busta, ne arrivarono altre ed altre. La polizia di colpo sembrava molto interessata alle mie gesta, e stranamente non a me. Ero diventata la mano insanguinata dei piedi piatti. Quando un distretto non voleva sporcarsi oltre, veniva da me. Quando la situazione cominciava a scottare, toccava a me raffreddarla. Se qualcuno non si accontentava di incastrare Al Capone per evasione fiscale, era me che lo diceva. Il patto implicito sembrava fosse che in cambio potevo continuare a fare quello che facevo.
Se pensate che da questa storia la polizia di New York non ne esca bene, beh, vi sbagliate. Quando cominci a temere per la tua vita e per quella dei tuoi figli, le decisioni assumono un altro aspetto. Erano assassini? Certo. Erano colpevoli? Non mi sono mai posto il problema. E comunque sapevamo tutti che il mondo sarebbe stato un posto migliore senza quella gentaglia. Eravamo gli occhi di una giustizia finalmente senza bende.
Aprì la busta. C’era la foto di una donna, di una bella donna a dirla tutta. Ammazzare una donna per me non era mai stato facile. Il fascicolo allegato diceva che era a capo di una organizzazione mafiosa che solo negli ultimi tre mesi aveva ucciso un testimone, i quattro poliziotti che gli stavano di scorta e tanto per essere sicuri ricattato anche il giudice. Benedict Wedder, la donna della foto, aveva preso parte personalmente ad alcuni omicidi. Quella donna meritava di morire ed io meritavo il suo sangue.
Nel fascicolo gli sbirri si limitavano a scrivere chi dovevo ammazzare e, dopo quello che successe a Detroit, chi non dovevo ammazzare… a volte la mia iniziativa poteva essere scomoda. Il resto era a mia discrezione, dettaglio tipo il luogo, il giorno e le modalità. Non dovevo preoccuparmi di far sembrare la cosa un incidente, sarebbe stato come se la morte avesse dipinto di bianco la falce per non farsi riconoscere.
Di solito prediligo i metodi vecchia maniera. Una pallottola tra gli occhi, un coltello in gola, un laccio intorno al collo, e tutte quelle altre cose sfiziose che ti permettono di vedere negli occhi la persona che stai per uccidere. Quando un uomo, qualsiasi uomo, si rende conto che sta morendo, anche se per tutta la vita ha vissuto dietro una maschera, si rivelerà per quello che è. Per conoscere veramente una persona basta conoscerla mentre muore.
Benedict Wedder avrebbe concluso di lì a qualche settimane un affare con i colombiani di Manhattan. Un traffico di cocaina che entrava in città intrisa nei tessuti di una sconosciuta marca di t-shirt e raggiungeva le strade attraverso una rete gestita dalla Wedder stessa. Negli ultimi mesi neanche un medico si azzardava ad ordinare una supposta se prima non lo decideva la Wedder.
Riposi le carte nella busta giallognola, e la busta sopra al comodino: il bello di questi lavori era che ogni tanto ci si poteva guadagnare due volte.

To be continued?


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