Il viaggio (fasten seat belts while seated)

Ho un’infinita distesa di asfalto davanti a me, la pista di atterraggio. Lucida di pioggia, un pallido sole che illumina le pozze d’acqua e i mezzi color arancione, fermi, inoperosi, disposti quasi senza cura su quell’enorme manto nero. Attorno a me, gente poco entusiasta attende l’apertura dell’imbarco D10, che in uno sforzo di fantasia spirituale leggo come “Dio” ma che in realtà, è solo un imbuto grigio e giallo che si innesta in una triste torre disseminata di oblò. Manca ancora un’ora alla partenza.

La playlist casuale è spietata anche oggi, sembra scelta apposta per farmi stare male anche quando dovrei essere contento di tornare a “casa”, da chi mi ama, mi ascolta, mi accoglie. Triste non per quello che lascio, ma solo per quello che non troverò, una volta tornato. Arriva altra gente, qualcuno è già all’entrata dell’imbarco, come ad un concerto, per prendere i posti migliori sull’aereo. Dovranno stare in piedi per un po’ ma soprattutto…ne vale davvero la pena? Un’ora in piedi per avere un’ora di finestrino, probabilmente addormentati e annoiati, con gente affianco che nemmeno conosci. No, non credo…

Rivolgo un altro sguardo al manto nero; quanto vorrei correre in quello spazio enorme finchè il cuore non scoppia, senza guardarmi indietro per poi sedermi con il fiatone, per vedere quanta strada ho fatto. I riflessi delle insegne luminose sulla vetrata però, mi riportano alla realtà, mi fanno capire il distacco che c’è fra quello che si vuole e quello che si può realisticamente ottenere. Enorme.

“Se vuoi qualcosa prendila!”
diceva un tizio. Idiota.

“You should try!” cantano i Coldplay in cuffia. Inguaribili romantici.

Qualcuno si siede sulle panchine che mi stanno accanto e con la coda dell’occhio cerco di spiare nelle loro letture. Una ragazza, capelli rasta, una miriade di anelli, legge un romanzo in francese, coperta da tre o più maglioni grigio su grigio, una donna anziana poco più avanti, in completo blu e pelliccia, è completamente immersa nell’intervista a Colin Firth, dopo l’oscar ricevuto. Suo marito, seduto alla sua sinistra, giacca sportiva e jeans, legge l’ultimo elenco di Saviano, “le cose per cui vale la pena vivere”. Io un’idea ce l’avrei. Vale la pena vivere per la famiglia, per gli amici, per il futuro, per le scoperte dell’umanità, per le emozioni, per l’amore. Sia avuto che perso, forse. Forse perchè quando perdiamo qualcosa difficilmente riusciamo a dare importanza a quello che è rimasto. Troppo dolore e troppa voglia di riconquistare, dimostrare qualcosa. Poca voglia di rassegnarsi ed andare avanti.

“E se stessi partendo per fuggire da quello che ho perso? Con la voglia di non ritornare più?” Forse è come dicono i Coldplay: ci sto provando.

Due hostess arrivano accendendo i computer e due sorrisi smaglianti davanti al cartello D10, direi che ormai ci siamo. La gente mette via giornali e indossa giacche, si affretta a mettersi in una fila rigorosamente disordinata e caotica, proprio come il mondo. Seguo la fila come uno zombie, passo su passo, consegno biglietto e carta d’identità alla hostess che si è già stufata di sorridere.

“Si lo so che non mi somiglio granchè…” vorrei dire alla hostess, ma mi trattengo quando vedo che nemmeno mi guarda in faccia.

Proseguo con il trolley lungo l’imbuto, verso la torre forata che mi aveva stuzzicato la fantasia tutta l’ora precedente, rivelandosi solo come una scala circondata da quattro mura di cemento. Scendo fino al piano terra ed esco all’aperto, camminando per qualche metro sulla pista d’atterraggio, circondato da uomini e transenne. Niente corsa sfrenata in quel deserto nero, almeno per stavolta. La scaletta dell’aereo è bagnata e risplende sotto il pallido sole che ancora fa fatica ad intrufolarsi tra le nubi. In memoria di Lost, decido di salire davanti e mi siedo in un sedile piccolo e stretto. I miei vicini già dormono mentre una hostess bionda comincia la cantilena delle operazioni di sicurezza, che scorrono via veloci ed insapori, come il riassunto di una soap opera. Una frase però mi rimane impressa.

“Ricordate che l’uscita di sicurezza più vicina potrebbe essere alle vostre spalle”

Quanto mi piacerebbe, poter tornare indietro ed uscire dai momenti bui semplicemente camminando verso il passato.

Finalmente l’aero decolla con la sua spinta poderosa e incontenibile, ma mi accorgo di non pensare all’arrivo, ne al viaggio. Penso solo al ritorno, quando salirò su un aereo uguale a questo, dopo le stesse identiche procedure, gli stessi imbuti, la stessa gente annoiata, le stesse scale e scalette da scendere e salire. Ma una volta sull’aereo, vorrei che decollasse e che proseguisse la sua ascesa oltre le nubi, bucando la stratosfera…perforando l’atmosfera e proseguendo nel freddo vuoto cosmico, verso il sole, sempre più grande, luminoso e caldo finchè non riempa la vista, finchè la luce inondi il nero che lo circonda spazzando via quello dentro di me…

…ma so che invece ritornerò, appoggiando di nuovo i piedi sulla fredda terra della mia prigione, con il sole lontano e piccolo e con il corpo ancora più vicino a lei, ma sempre più lontano dal cuore.


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