I ricordi del verme di ferro.

Amo i treni, dovreste averlo capito ormai.

Ho preso treni tutta la mia vita, come ne ho persi. Reali e metaforici, dalle direzioni più disparate, viaggi brevi di tre minuti o eterni, anche di un giorno intero. Paesaggi grigi e colorati, sole e neve, freddo e caldo, da solo o in compagnia. Viaggi tristi e felici. Ho anche pianto, in treno, quando di sera ero l’unico passeggero rimasto. Tanti e troppi sono i ricordi ambientati in un treno…

Quando viaggio per ore per poter stare con persone che mi vogliono bene e mi fanno capire cosa conta nella vita.

Quando amavo una ragazza, qualche anno fa, e la vedevo addormentata di fronte a me, ogni mattina di ogni giorno e io scrivevo storie, lettere e poesie che non avrebbe mai letto.

Quando tornavo dall’università da solo, un anno dopo, alle otto di sera e gli amici mi aspettavano in stazione per uscire a divertirci, senza pause, senza dormire. L’abitudine mi è rimasta.

Quando da bambino viaggiavo nei vagoni letto per andare a trovare i miei nonni, in Calabria. Vere epopee, ore infinite ed estenuanti, dove finiva cibo, acqua e pazienza.

Quando da ragazzino si usciva a Varese, il sabato pomeriggio. Senza biglietto, sempre pronti a scappare in caso il controllore facesse capolino dall’altra parte del vagone.

Quando viaggio intere giornate, di sabato e di domenica, per visitare paesi dimenticati da Dio e fotografare le ferite della terra, le rovine dell’umanità, il grigio di questa vita.

Quando per la fretta salgo sul treno sbagliato, viaggiando per ore in una direzione nuova per poi accorgermene e scendere in una stazione mai vista. Una volta finii in Piemonte, di ritorno dall’università. Ero con un amico e aspettando un treno per poter tornare a casa, feci una delle chiaccherate più belle della mia vita, vedete che serve a volte perdersi?

Quando invece di tornare a Varese presi il treno per Como, solo per stare 3 ore a fissare il lago e il tramonto e tornare a casa felice, alle dieci di sera.

Quando prendo un treno per andare da un amico lontano, per vederci dopo tanto tempo, bere una birra assieme, chiaccherare, andare a mangiare qualcosa, scorrazzare per ore in macchina, fare notte alla fine. Da ripetere altre mille volte.

Quando i treni sono pieni di gente e io scrivo di loro, invento situazioni e racconti che non esistono. Ma le loro gioie, tristezze, segreti sono reali, perchè i loro visi parlano.

Quando fotografo treni morti e arrugginiti, spogliati di tutto, lasciati a marcire sotto le intemperie ma che ancora conservano l’odore di plastica, ferro e tessuto.

Quando su alcuni treni non sono salito, quelli metaforici, i treni che ho aspettato passassero di nuovo e che non sono più passati. I treni della vita che ti portano da un’altra parte in quella grande mappa che è la tua vita.

Ed ora, ho di nuovo in mano un biglietto, sola andata. Altri treni da prendere, altri chilometri. Altra vita da ricordare con il sottofondo sferragliante delle ruote che scivolano su quelle infinite righe di ferro, su quei sassi marroni, su quelle traversine di legno, tra mille stazioni uguali, tra montagne e pianure, tra guasti tecnici e controllori, tra gente triste e allegra, tra furbi senza biglietto, tra vecchietti senza posto a sedere e giovani addormentati con cuffie enormi nelle orecchie. E di nuovo quel verme di ferro si riempirà di storie, di amori, di odio e di ricordi.

Quanto amo tutto questo.


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