Aspetto, aspetto, aspetto…

La schiena è appoggiata ad un vetro freddo che ogni tanto mi scatena brividi lungo la schiena.

La gente passa, mi guarda, sorride e prosegue veloce, come ne “L’autostrada” di Silvestri…non ho le cuffie altrimenti ascolterei un po’ di musica almeno…
Il calore è quasi soffocante, mi sposto continuamente per cercare un po’ di aria negli angoli bui di questa stanza se non sono occupati da altra gente pensante…e aspetto.
La frenesia è tangibile, la pazienza che lentamente ti abbandona e cominci a pensare a mente libera per non lasciarsi intrappolare da quel ritmo che non ti appartiene. Ripenso alla notte prima…

Ho sognato. Un sogno angosciante e terribile.

Sono su un lago verde, profondo e scuro, a bordo di una barca nera, con un enorme diga grigia che circonda quella distesa paurosa. Sto viaggiando con una barca elettrica, in una gara apparentemente anche se vedo la scena distante, come se manovrassi una telecamera. Una ragazza in canottiera dice che bisogna fare un test di ricarica, non chiedetemi cosa significa. Ha i capelli neri, tagliati corti, da maschiaccio ed urla ma in realtà non parla con nessuno, è sola su quella barca e io sono sempre distante, quasi fuori bordo. Con la barca che ancora sfreccia gettando schiuma ai lati della chiglia, si tuffa fuori bordo e subito la scena cambia. Il lago è sempre lo stesso, ma ora siamo su un isolotto situato in mezzo, che giusto intravvedevo sulla sinistra, nella scena prima. La spiaggia di sabbia è grigia e scoscesa, piena di rifiuti e spazzatura. Un fuoristrada giallo fuoriesce dall’acqua in retromarcia, non so come sia possibile; alla guida c’è la ragazza con la canottiera nera, si sporge dal finestrino e con lo sguardo rivolto all’indietro manovra imprecando. Il lunotto posteriore esplode ed un arpione con un cavo fuoriesce andando a conficcarsi su un muro con violenza incredibile. Nuovo cambio di scena, il fuoristrada sta affondando, e ora io sono la ragazza.
Esco dall’auto spaventato, sono sott’acqua. Davanti ho una barriera grigia con pesci rossi e reti dello stesso colore tutti intorno. Una voce mi dice che non è roccia, ma i corpi di 87 coccodrilli morti o forse addormentati. Ricordo quel numero con chiarezza disarmante, come se 87 fosse qualcosa da ricordare, che quei coccodrilli e quel numero per me significano davvero qualcosa. Con una paura folle mi arrampico sopra quel muro, ancora sommerso, le scaglie dei coccodrilli, le zampe e le code sono dure e grigie. Scavalco quel “muro” ma non c’è la spiagga, è sparita. C’è solo acqua, una piscina ancora più grande. Mi giro di scatto e vedo un gatto bianco e nero, grasso, che annaspa con gli occhi sbarrati, è terrorizzato. Lo spingo verso la superfice ma qualcos’altro attira la mia attenzione. Vedo di nuovo il muro, questa volta dall’altro lato, mi concentro sui musi dei coccodrilli che sembrano di pietra, impilati l’uno sull’altro. Uno apre la bocca e cosi anche gli altri, lentamente. Il terrore prende possesso di me, mi giro e comincio a nuotare per scappare fino a trovare un’altro muro, ma anche stavolta mi sbaglio, non è un muro ma un forno da cucina. Mi arrampico aggrappandomi alla sua maniglia cromata e alle sue manopole nere. E’ bianco con profili di legno. Esco dall’acqua appena prima che un coccodrillo mi raggiunga con le sue fauci. Comincio ad arrampicarmi in quello che sembra una montagna di rifiuti, elettrodomestici, mobili buttati da chissà chi e chissà quando. Raggiungo la cima ed un individuo che assomiglia terribilmente ad Elio, proprio quello delle storie tese, sta cantando l’inno tedesco, completamente storpiato, quasi canzonandolo, con il braccio teso come se fosse Hitler. Ha un gilet di lana a righe bianche e nere, capelli a caschetto Brit Style incollati e impomatati alla fronte, occhi sbarrati e una postura rigida ed immobile. Sembra non fare caso a me. Sulla cima di questa montagna, proprio di fronte a lui, un tempio greco, circolare, con tre o quattro colonne da cui si riesce a vedere tutto il lago, la montagna di spazzatura, la diga e il muro di coccodrilli 5-6 metri sotto di me, ritornati immobili e fermi. C’è ancora il sole ma un istante dopo è notte, il tempio è illuminato da fuoco e luci d’ambra, sono vestito in maniera elegante, con un calice di vino bianco in mano, e nel mezzo del tempio, un uomo in costume balla in maniera scoordinata cantando una melodia ipnotica…

Il sogno finisce e io mi sveglio.

Rivivo tutto il sogno, chiaro ed indelebile e mi “risveglio” anche nella stanza afosa, nell’angolo buio in cui mi trovo. Quasi come di ritorno da uno stato di trance mi guardo in giro per vedere se qualcosa è cambiato. La gente continua ad ingombrare la sala, il caldo è sempre più afoso. Guardo l’orologio, sono passati quasi 40 minuti ed ancora le mie due pizze da portar via non arrivano, di sogni da ricordare non ne ho più, di momenti da rivivere ne ho a bizzeffe ma non ne ho proprio voglia.

Ritorno al mio fedele vetro freddo, abbandonando quell’angolo buio.

Mi appoggio ed aspetto, aspetto, aspetto…


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