La sconclusionata cura per la pazzia \ Nurofen contro Kaufman

Un film mi ha sconvolto. Mi ha fatto pensare ad un sacco di cose in un unico pensiero.

Qualche anno fa mi chiedevo sempre perchè non piangessi mai. Moriva gente cara e non piangevo, soffrivo come un cane e non piangevo, mi sono rotto 15 ossa in una volta e non ho pianto. Mi chiedevo “sono cosi insensibile?” oppure “possibile che non me ne freghi nulla?”. I morti le disgrazie, niente più che un eco lontano. Mi spaventava questa cosa. Ero forse un mostro? Piangevo sui film, per Forrest Gump, per Pearl Harbour. Non per mio nonno o per il mio primo amore, morto a vent’anni. Eppure mi dispiaceva da morire. Poi tutto ad un tratto le lacrime scorrevano anche nella vita reale con gli interessi, dopo anni. Piangevo per mio nonno, per il mio primo amore, per mille cose. Perchè lo scrivo? Non lo so, ma penso che c’entri qualcosa.

Che poi all’improvviso mi viene in mente un fatto che avevo rimosso dal mio cervello.
Stavo a Reggio Calabria su una scalinata, uscivo dalla stazione con mio padre e c’era un barbone seduto su quei scalini. Il suo cappello serviva per raccogliere le offerte e proprio di fianco c’erano mille lire, appoggiate per terra. Le raccolsi per tenermele ma mio padre mi disse “Sono tue? O forse di quel signore?” Era chiaro che voleva che gliele mettessi nel cappello. Eppure erano mille lire trovate per terra, ed ero troppo piccolo per capire la miseria, la difficoltà di quel barbone. Gliele porsi ma lui mi disse “No tienitele tu”.
Un senzatetto mi aveva regalato mille lire. Salito in macchina ne fui davvero rattristato, volevo tornare indietro e mettergli le mille lire nel cappello. Sarebbe stato bellissimo. Ma me ne tornai semplicemente a casa, a bordo di una 127 prima seria rossa. Perchè lo scrivo? Non lo so, ma penso che anche questo c’entri qualcosa, come se da qualche parte intravvedessi un pezzo di una macchinazione più grande di me e che non dovrei vedere ma per qualche oscura ragione sfugge al controllo del grande “determinatore del destino occulto”

“Ehy mi è sembrato di vedere qualcuno…”
dice lei, nel bosco, girandosi di scatto.
“No ti sbagli” risponde lui.

Una roba cosi.

Dicevo, un film mi ha sconvolto perchè è figlio di una genialità che credo di possedere anch’io ma che non viene quasi mai fuori. Mi informo su chi l’ha scritto, vedo il curriculum, leggo quanti anni ha, faccio due sottrazioni, scopro a che età l’ha scritto, altre sottrazioni.

“Ho 3 anni per scrivere un capolavoro” è la conclusione.

Sono sempre di meno.

Provo a scrivere una storia d’amore, di getto. Uomo incontra donna, uomo corteggia donna. Uomo esce con donna, fa l’amore con donna, si stufa di donna, se ne va via ma gli manca, torna da donna e quindi uomo che fa l’amore con donna, ma stavolta l’uomo è un altro. E lui guarda tutto dalla finestra di donna. Sorpresa.

“Clap, clap, clap” grazie, grazie.

Parto sempre con l’idea di iniziare a scrivere il nuovo capolavoro da 10 milioni di dollari, perchè per me basta l’inizio e poi è tutto un susseguirsi di pagine e pagine una meglio dell’altra, come se potessi scrivere “Il pasto nudo” senza uso di droghe e quasi consapevolmente. Quei 10 milioni di dollari li spendo mentalmente ogni volta che consegno il nuovo capolavoro all’editore, mi stringe la mano, mi dice che ci faranno un film, pacca sulle spalle, sigaro, vista sullo skyline di “nonsoqualecittà”. Oscar come miglior sceneggiatore 20XX.

Un miliardo di anni fa stavo molto meglio, ero un organismo unicellulare con riproduzione tramite meiosi, non lavoravo, non pensavo alle ragazze, non osservavo paesaggi urbani immaginari con sigaro in bocca. Uscivo con me stesso senza paura di deludermi e non avevo abbastanza neuroni da dover pensare a storie da 10 milioni di dollari o da vedere film che mi potessero sconvolgere. Un miliardo di anni fa si stava da dio. Dovevi stare attento ai pesci, alle meduse e trovarti da mangiare ma cazzo, non pensavo certo ad essere depresso o peggio, a come non essere depresso che è la cosa che più mi deprime.

“La porta d’uscita stava in fondo ad un corridoio perfettamente circolare. Non la trovammo”

Tutto perchè temi sempre che ci sia qualcosa di sbagliato. La donna ti lascia perchè non sei come l’altro anche se magari ti aveva pure detto che manco le piaceva. Il capo ti licenzia perchè un cazzo di neolaureato costa meno di te o forse si fa solo schiavizzare di più. Vedi un film e capisci cosa sia il vero talento e tu ti senti una nullità. Dicono che ce l’hai anche te ma scrivi sempre le solite due minchiate.

Provo a scrivere una storia thriller. Uomo incontra donna, uomo corteggia donna. Uomo esce con donna, fa l’amore con donna, uccide donna, uomo scappa ma poi torna e vede che il detective indaga su donna. Nessuna sorpresa. O forse il detective è donna, la sorella gemella. Che ne dite…sorpresa?

Ci sono tante cose che mi spaventano. Che anche la prossima volta un altro sia migliore di me, anche se magari mi aveva detto che manco le piaceva, che il balcone di casa mia si affacci su un benzinaio, che la sicurezza che sto ricostruendo sia completa quando andrà di moda essere insicuri, che non avrò mai imparato abbastanze cose.

Che poi sto imparando tanto. Prendevo il sole l’altro giorno, era mattina e mille vespe mi infastidivano. Sono rientrato per poi riprovarci a mezzogiorno. Nulla da fare. Ci riprovo alle tre. Nessuna vespa. Quindi le vespe vanno in pausa verso le tre di pomeriggio, sono cose importanti da sapere. Ho anche imparato che in certi posti risolvono i problemi tinteggiando gli edifici con vernice fresca. Non c’è acqua? Tinteggiamo l’acquedotto. La gente che vede l’edificio con la vernice fresca pensa “hanno risolto il problema…ci stanno lavorando!”
L’acqua non scende ma la gente crede che ci sia qualcuno che studia la soluzione, perchè hanno verniciato l’acquedotto e sembra nuovo. Se sembra nuovo magari è nuovo davvero no?

Quindi oggi ho indossato una giacca elegante, una maglietta con un leone che indossa degli occhiali, bella, grigio chiaro su grigio scuro, occhiali ray-ban e sono andato in un negozio di scarpe, tutto per verificare di aver imparato una nuova lezione. Sono andato da M., lei non mi conosce ma io si, solo di vista e le ho chiesto di uscire, cosa che di solito faccio con il contagocce. Spiazzata e perplessa ma mi ha detto pure di si. Basta solo una mano di vernice color sicurezza e stile a volte anche se non è vero che ti sei aggiustato o che stai lavorando su di te. Basta sembrarlo ecco, la vita è apparenza alla fine.

Lei mi fa “mi dai un numero di cel?”

Le ho dato un numero di cel. Non il mio. Lei non ha chiesto il mio ed io non voglio più interpretare le frasi degli altri. Sono stufo di capire, decifrare, decodificare, filtrare, subliminare, usare il cric per cambiare le gomme forate, prenotare via internet, assomigliare a Saviano, guardare film in formato 4:3, capire la vita.

Provo proprio a scrivere una storia di vita. Uomo incontra donna, uomo corteggia donna. Uomo esce con donna, fa l’amore con donna, uomo sposa donna, uomo è felice con donna, donna non è felice con uomo, donna incontra uomo ma che non è il primo uomo, donna corteggia uomo, donna esce con uomo, donna fa l’amore con uomo, donna non torna a casa dal primo uomo. Nessuna sorpresa.

10, 20, 30 capitoli per 300 pagine. La storia da 10 milioni di dollari che ho in testa ma non trovo, la mia dimostrazione al mondo che il vero capolavoro stava dentro di me e che deve uscire, con me sul palco, dito medio alzato che urla “Rock and roll!”, e poi un film, e regalo il DVD a Kaufman e lui scriverà un pezzo su quanto il film lo abbia sconvolto. Bastano 300 pagine di talento e genio, basterebbe essere sicuri di farcela. Basta essere sicuri.

Ma no, non sono sicuro di me, non sono maturo, piaccio meno di altri anche se mi avevate detto che a voi manco piacevano però pazzia, follia e talento ci sono e quella storia mai letta prima che sconvolgerà Kaufman prima o poi la scrivo. Ah cosa vi siete persi e cosa vi perderete. Lo prometto, 300 pagine, appena mi sentirò più sicuro.

Magari fingo ancora. Magari posso fingere anche a me stesso. Devo solo aspettare che si asciughi la prima mano di vernice, e poi parto con la seconda.


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