Quell’ultima oncia fluida di respiro che brucia l’anima

Che periodo strano. Che poi non so nemmeno da quanto dura…forse due settimane, forse tre, forse ventisette anni.

Dovrebbe andare tutto bene da qualsiasi parte la si guardi…a parte il fatto che ho rotto i miei occhiali, spezzati in due come il Titanic. Li ho affogati di colla Loctite SuperGlue 3 per nottate intere ed ogni volta che credevo si fossero magicamente riuniti “tac!”, si spezzavano come nemmeno dei crackers di seconda scelta.

Mhà…(l’ho scritto giusto?)

Dicevo…anzi, scrivevo, “dovrebbe andare bene da qualsiasi parte si guardi”, tutto sopra la linea di galleggiamento. Eppure c’è questa sensazione strana in fondo al cervello, in un dannato angolo dove si è fulminata la lampadina, e non si vede nulla in quel posto, è tutto buio.

Ultimamente ho provato in mille modi diversi a capire cosa fosse quella ‘sensazione’. Ho provato anche a nasconderla in un certo senso, facendo qualsiasi cosa mi venisse in mente, in giro ogni giorno, conoscere sempre più gente, uscire con chiunque mi capitasse di pensare\vedere\conoscere, iscriversi a corsi inutili e stupidi, salti nel vuoto, vedere concerti, andare in qualsiasi posto mi andasse di visitare, anche solo per incontrare per 5 minuti un amico in un cencioso bar di una remota periferia della Spagna. Aperitivi, serate, colazioni, cinema, ho spedito dei curriculum un po’ dappertutto, anche in Svizzera, per provare a guadagnare ancora di più o forse solo per cambiare aria da dove lavoro. Mi stanco in fretta ed ho bisogno di litigare con chi mi paga.

Ho speso in vestiti, macchina, progetti, casa, vivere da solo, macchine fotografiche e pellicole di 40 anni fa, che su 140 scatti mi ha tirato fuori 3 foto decenti che sarebbero uscite meglio con qualsiasi Kodak usa e getta del 1982 ma nulla, quella strana sensazione ritorna puntuale. Mi dicono che è perchè sto dimagrendo troppo, che dormo troppo poco, che sto troppo tempo in giro, che dovrei stare a casa ogni tanto e potrei anche farlo e memorizzare tutti quei dettagli che il giorno che me ne andrò vorrò portare con me ed invece no, sono uno spettro. “Lavori troppo, spendi troppo, mangi troppo poco”. Troppotroppotroppo. Troppi ‘troppo’. Davvero troppi ‘troppo’ di troppo, che dopo che avete letto questa frase anche voi come me, ci scommetto, avete notato quanto ‘troppo’ sia una parola strana, che suona pure male e cominciate quasi a perdere coscienza del suo significato alla quarta volta che la leggete.

Non so, vi confesso che appena ritorno con il cervello sulla terra, quel foro di proiettile nel cervello si risveglia pulsante e allora, tirando gli occhi all’indietro, cercando di guardare dentro, analizzo ed osservo ma non capisco cosa significhi quel retrogusto amaro che sento appena sono tranquillo, a casa, in silenzio.
Allora faccio quello che ho sempre fatto e vado a giocare a basket, con gli amici, con i compagni di allenamento, da solo…se piove. Ci stò delle ore, fino all’ultima goccia di energia che mi rimane quando crollo, su una panchina, e nemmeno ce la faccio a rialzarmi, nemmeno riesco a premere sul pedale della frizione per accendere quella maledetta macchina e me ne stò fermo su quel sedile per venti minuti buoni. E la corsa tradizionale delle 19:06, il suo rito, diventa un crescente calvario, perchè i chilometri da dieci diventano dodici, poi quattordici. Da due giri passo a tre ma non mi basta mai.
Arrivo sull’ultima salita del terzo giro e invece di girare a destra continuo, verso quell’altra salita, verso il castello, e corro corro corro, e arrivo in cima sempre correndo, accelerando il passo finchè con i polmoni in fiamme mi fermo, quasi lacrimando per lo sforzo, con le gambe che tremano e nemmeno sò quanto ho corso oggi, appoggiato al tronco di un albero malato, da tagliare.

E penso che allora si, in quel momento, in cui non c’è più nulla che mi distrae dentro, perchè ho finito tutto, è in quel momento che posso capire che cosa succede, e allora, con la bocca spalancata e il corpo che cerca quel 23,1% di ossigeno di cui è composta l’aria mi guardo dentro l’ennesima volta, verso quella cavità oscura nell’angolo più infognato della mente, con disperazione, per vedere e scoprire finalmente cosa c’è che non va e…

…non vedo niente.


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