Un cucchiaio, una persona migliore.

Ci sono cose che proprio non riesco a fare, come rispettare i limiti di velocità, valutare una misura ad occhio oppure ricordarmi i nomi delle vie intorno a casa mia. Sbucciare la frutta è una di queste; che sia una mela, un mandarino o un kiwi, sono un totale impedito, spreco fette di frutta grosse come bistecche, lascio pezzi di buccia in giro nemmeno fossero coriandoli al carnevale di Rio e giustamente, quando vado a mangiare il frutto, mi accorgo orrendamente, che oltre essere diventato grande la metà, fastidiosi nano-millimetri di buccia sono ancora disseminati sulla polpa. Tra tutti i frutti, ho una predilezione proprio per i Kiwi ma il destino beffardo vuole che sia uno dei pochi frutti di cui non puoi mangiare la buccia perchè solo all’idea di mettermi in bocca quella sottospecie di pelliccia mi fa venire la nausea. Una situazione insostenibile fino al 17 Marzo 2012.

Succede che in quel giorno mentre bestemmiavo tra me e me sbucciando quella palla verde, con mille pelucchi che mi rimanevano in mano e ancora peggio, che finivano sulla polpa, entra mia sorella in cucina e conquistata dall’idea di mangiare un kiwi annuncia trionfante “Ne mangio uno anch’io!”
Tra me e me gioisco sadicamente all’idea di lei alle prese con l’arduo compito di sbucciarlo, mentre io, dopo circa 20 minuti potevo finalmente iniziare a mangiarlo mancando davvero poco per finire di ripulirlo. Sono curioso di osservare e catalogare tutta la sequenza di espressioni visive e verbali che utilizzerà, giusto per divertirmi un po’ e sbollire la frustrazione.

La vedo prendere il coltello, già rido.

La vedo tagliare a metà il Kiwi.

La vedo prendere un cucchiaino e cominciare a mangiarlo, lasciandomi li, sgomento, con l’aspetto di un killer colto in flagrante con la testa sgozzata della vittima tra le mani, con un tavolo in condizioni disastrose da ripulire e un kiwi martoriato da sevizie inumane.

La vedo andarsene felice e sorridente.

Non vale.


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