Nemesi

 

Uomo di mezza età, occhiali dalla montatura in plastica marrone, occhi vispi azzurri, sottili, quasi crudeli nel taglio. Bocca serrata e dura, non un sorriso, si apre solo mentre l’uomo parla con se stesso, in assoluto silenzio muovendo lievemente le labbra. Stempiatura, giacca marrone, maglioncino azzurro, scarpe in pelle chiara. A volte lo vedo parlare con qualcuno dell’autobus. Stranieri, persone anziane, donne ma non capisco se le conosca davvero o se le stia solo importunando. Non ha routine, non ha orario, prende l’autobus quando lo prendo io, all’andata, e allo stesso modo, al ritorno. Il problema è che io lo prendo sempre ad orari diversi, perchè vado in centro quando ne ho voglia, o quando devo consegnare un lavoro. Capita che sia la mattina, il pomeriggio o la sera. Posso tornare a casa alle undici di mattina, alle nove di sera o a mezzogiorno, ma lui è li su quell’autobus. Una sorta di incredibile coincidenza.

Com’è possibile?

Non è lui a seguirmi, perché sale sempre tre o quattro fermate dopo.

Non è lui a seguirmi, perché scende sempre in fermate diverse.

Quindi ieri, al diavolo tutti i programmi, ho deciso di seguirlo provocandomi anche un certo grado di eccitazione. Passo tutto il viaggio a studiare i suoi comportamenti, a cercare di leggere le labbra, osservare le mani per la presenza di una fede, la posizione dell’orologio, l’abbigliamento, cosa osserva durante il viaggio. Si alza di colpo in prossimità del centro dopo dieci minuti di immobilismo totale, schiaccia il pulsante per prenotare la fermata e aspetta. Io sto seduto con assoluta calma finchè le porte si aprono. A quel punto scendo subito dietro di lui.

Rimane nella zona della fermata per diversi minuti, si guarda in giro, guarda anche me, che faccio finta di mandare sms, tenendolo sott’occhio senza farmi notare. Si avvicina ad un uomo anziano, gli dice qualcosa che non capisco, ma non sembra che si conoscano, si gira e comincia a camminare verso il corso. Io rimango dietro di lui a circa quattro, cinque metri. Oltrepassando la piazza principale del centro, lo vedo svoltare in zone meno trafficate della città, dietro la chiesa principale, oltre la folla domenicale colma di famiglie e bambini rumorosi, sempre con quel suo passo incerto, andatura lenta con la schiena inclinata all’indietro. Siamo nella parte vecchia della città, piccoli archi che sormontano anguste strade in pavè; continuo a seguirlo fingendo interesse nel fotografare tutti i monumenti di un posto che conosco a memoria. Zone d’ombra e zone di luce cominciano a confondersi assieme mentre la giornata diventa più buia e grigia. L’uomo entra in altre stradine scomparendo dalla mia vista.

Prendo la stessa sua strada, giro l’angolo e me lo trovo di fronte immobile, girato verso di me.

Sono sorpreso ma cerco di non darlo a vedere, prendo la mia macchina fotografica, continuando a camminare e fingo di riguardare le immagini scattate. Sono ad un metro da lui quando abbozzo anche un timoroso “Salve…” e lo sorpasso, Lasciandolo lì, ancora immobile, senza un cenno di mutamento in quei lineamenti di pietra, ne una voce in risposta al mio saluto.

Dopo una decina di passi mi giro, quasi timidamente. Ma non c’è più nessuno.


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