La quasi fine del mondo (parte prima?)

Era una sera di aprile quando tutte le strade del mondo sparirono. Io me ne tornavo verso casa, maledicendo il mio insistere nell’uscire in maglietta, convinto che la temperatura estiva del pomeriggio rimanesse alterata anche di sera, ed infatti pioveva e faceva freddo.

Mentre maledicevo ogni singola goccia che mi cadeva addosso come un guanto di sfida, sentii un grande ed inaspettato vuoto sotto di me. Non so esattamente come riusciì ad aggrapparmi a quello che da quel giorno considerai la più grande invenzione dell’uomo, il lampione. La cosa strana di quel fastidioso evento infatti, è che solo le strade sparirono, in un improvviso istante, trascinate come per magia in una specie di silenzioso vuoto cosmico fluttuante.

Spaventato a morte e aggrappato a quel lampione molto sexy mi issai sopra un muretto lanciandomi su di esso, poi mi arrampicai su di una ringhiera, per poi notare che la siepe che stavo abbracciando era tagliata storta e le foglie erano smangiucchiate ed infine, che nella proprietà in cui stavo entrando abusivamente per salvarmi, tutto sembrava normale. Luci dei lampioncini accese, giardino ben curato. Mancava solo il vialetto, sparito come tutte le altre strade.

L’uomo che mi spaccò quasi la testa per essere entrato nel suo giardino in piena notte, aver suonato al suo campanello svegliandolo e averlo salutato con un “Salve, scusi l’intromissione ma è sparita la strada”, era un uomo molto simpatico, oltre che un quasi vicino di casa. Il concetto di vicino di casa a proposito, l’ho sempre trovato azzardato. Quanto vicino dev’essere per essere considerato davvero un vicino? Oppure è solo una questione di conoscenza e non di posizione geografica? Forse, sono “vicini” quelli che quando esci di casa ti riconoscono e ti salutano e non gente che nemmeno ti guarda in faccia e ti ruba i sacchetti della spazzatura del comune. Fatto sta che dopo le scuse per l’aggressione e l’aver constatato che le strade davvero non ci fossero più, il mio nuovo amico e ‘vicino di casa‘ Fiorenzo mi disse una frase che ancora ronza nella mente.

“Ma non te lo immaginavi diverso il nulla?!”

Vero. Io me lo aspettavo bianchissimo, quel bianco senza riflessi, quel bianco da foglio, senza movimenti, senza rughe, senza crema di more da metterci sopra stile pubblicità dello yogurt Muller. Quello invece che si intravvedeva dal reticolo lasciato inoccupato dalle strade misteriosamente scomparse era un rosa perlaceo che si muoveva continuamente, come lo stomaco di un gigante in perenne digestione. Sfumature rosse e viola. Nubi verdi. Un nulla chiaramente artistico e gaio.

Quel rosa immenso e la scomparsa delle strade crearono diversi problemi. Principalmente sparirono un sacco di cose. E persone. Macchine, camion dei rifiuti, cartelli pubblicitari, bancarelle di hotdog, tutti risucchiati nel vuoto. E persone. Quindi un sacco di famiglie si ritrovarono con un sacco di cose in meno…e di persone in meno.

Di certo il problema del sovraffollamento mondiale e dell’inquinamento da smog sembrava quantomeno sistemato per la gioia degli ambientalisti. Anche altra gente era soddisfatta in realtà. I disfattisti che profetizzavano la fine del mondo parzialmente, in quanto non capivano la scelta di far sparire solo le strade I suicidi invece trovarono molto più coraggio nel gettarsi nel rosa immenso del nulla piuttosto che da molto più concreti e freddi grattacieli. Gli hippy e gli ufologi sembrarono invece ritornare dagli anni ’70 e ’80 colmi di nuova euforia. Un sacco di gente  inoltre diventò improvvisamente religiosa, in quanto gli scienziati non riuscivano a spiegare il fenomeno e la risposta “Dio ha fatto sparire le strade” come se fosse un abominio creato dall’uomo di cui pentirsi, convinse un sacco di persone a convertirsi.

Ora, tornando indietro a quel nuovo amico, a quel giardino, a quella siepe mal tagliata, a quella ringhiera provvidenziale, aspettai che si facesse giorno per tornare a casa mia. Ovviamente avevo completamente dimenticato di chiamare i miei, anche perchè il cellulare finì nel vuoto in una nuova evoluzione del classico sketch comico delle chiavi dell’auto che finiscono dentro un tombino. Ci vollero diversi asciugamani e corde per riuscire a fare una sottospecie di ponte che da ringhiera a ringhiera mi consentii di arrivare alla mia casa che per fortuna, era distante solo qualche decina di metri. Constatato il fatto che la mia macchina, appena finita di pagare, fosse sparita come il resto del parco auto della mia via, suonai il campanello, appeso mezzo storto alla mia cassetta delle lettere.

“Si…?”

“Mamma sono io!”

“Emanuele! Allora sei vivo…dio sia ringraziato…senti…”

“Cosa?”

“Ci sarebbe da andare a prendere il latte al supermercato, ce li hai i soldi?”


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