Serpente umano

Qualcuno è morto e sono seduto in una stanza.

Ho parenti e altra gente di fianco, seduti su divani vecchi ma tenuti perfettamente da una maniaca dell’ordine e della pulizia. Tutto sembra cosi tristemente poco vissuto ed ovattato che mi sento una comparsa dentro un set cinematografico. Parlano di come sia successo mentre io non riesco a fare altro che fissare la tenda bianca che ho di fronte. Sento un messaggio che mi arriva sul cellulare ma non posso leggerlo anche se vorrei, perchè potrebbe essere lei. Faccio finta di andare in bagno con una scusa, mi chiudo dentro e leggo, al buio.C’è solo un rumore, sordo, che proviene dalle pareti come di un motore a bassi regimi o il condizionatore nella cucetta di una nave mentre dall’altra stanza sento delle grida, segno che la ricostruzione degli eventi prosegue anzi, ricomincia per l’ennesima volta. Mi lavo le mani mentre mi fisso allo specchio. Oggi sono decisamente poco attraente, stanco, le occhiaie profonde con i riflessi verdi che arrivano dalle piastrelle del bagno che mi rendono malaticcio, gli occhi più cupi del solito.

‘Faccio schifo’ è la sentenza.

Ritorno di là ma stavolta scelgo una sedia lontana, rinuncio alla comodità della poltrona in pelle per potermi fare i cazzi miei senza scuse. Attorno, continua la discusione fra gli affranti e al morto se ne aggiungono altri

“…si è impiccato da solo, ha dovuto inginocchiarsi per farlo…”

Non capisco il senso di insistere con tutto ciò, come potrebbe dare conforto l’idea che ogni minuto muiono milioni di persone? Perchè dover ricordare che il mondo è una fossa comune?

“…poco fa è passata un’ambulanza…mi sembra di rivivere tutto quanto…”

Non mi interessa, alla fine io penso solo a lei, agli anni che ci dividono, al fatto che non capisce le mie battute. Le mando un messaggio ogni tanto, di nascosto ma sento gli sguardi accusatori dei miei genitori. Mi sorprende che non me ne freghi un cazzo.

“…c’è dolore per tutti…prima il fratello più piccolo…e dopo dire mesi l’altro…altri tre mesi e anche l’ultimo, nello stesso modo…”

Forse hanno ragione i miei amici, sto diventando cinico, distaccato, un essere dalla pelle liscia dove tutto scivola senza fermarsi. una specie di serpente umano, tutto nascosto dietro la maschera di un clown che ride e scherza. Ci penso e mi dico ‘certo che ti dispiace, non sono cosi’ ma poi un’altra voce urla ‘la verità è che non te ne frega un cazzo della gente. Non ti piace la gente’. Potrebbe essere anche vero, temo.

Continuano ad entrare sconosciuti, mi scambiano per il figlio di qualcuno, li guardo in volto e mi dimentico di loro istantaneamente, se mi chiedono il nome io non glielo dico, mi esprimo solo a cenni. Lingue e dialetti si mischiano mentre io osservo tutte quelle persone, individui davvero poco interessanti tranne un vecchio dall’aria nobile, sembra un boss mafioso e gli mancano tre dita. Mi invento un paio di storie su come le ha perse, una scommessa persa, una pistola esplosa in mano.

“…probabilmente un incidente sul lavoro…”

Tutti si girano verso di me, ho detto quello che pensavo invece di starmene zitto, le mie prime parole da quando sono li dentro…’ma che mi succede?’ mi chiedo. Faccio finta di nulla, evito gli sguardi e ritorno ai cazzi miei, seduto dietro un tavolo di legno scuro, in un angolo di quell’enorme sala.

 

La cerimonia si svolge in una stanza adibita a chiesa. Sembra un vecchio cinema ed in effetti lo è. La chiesa vera si trova poco più in la ma sembra crivellata di colpi di mortaio ed è sostenuta da un infinità di impalcature e cavi. Tubi rossi emergono da quel corpo straziato, come un paziente intubato o il ritratto della mia mente.

L’altare sembra più il palco di un comizio comunista, tre lati di tendaggi bianchi, dalle pieghe nette, che si muovono sotto l’invisibile mano dei condizionatori. Due drappi rossi si allungano dal soffitto fino ad oltre metà altezza della stanza con colombe, raggi di sole e altra simbologia ecclesiastica che si sostituiscono a falce e martello. Mi aspetto solo che entri Peppone con in mano il discorso. Di fianco all’altare, due scalinate corte, con le tipiche luci da teatro conficcate nel mezzo, moquette blu unta e lurida. In alto, ben cinque sipari.

La chirichetta ha sedici anni circa, ed è carina. Si muove con grazia mentre accende le candele. Dalla veste troppo corta spuntano un paio di adidas blu acceso. La fisso perché voglio il suo sguardo e so che me lo darà visto che sono in prima fila. Quando finisce di accendere le candele i nostri occhi si incrociano ed è lei che li distoglie per primo, ogni tanto vagano ma poi ritornano su di me…non so che sguardo sia, se interrogativo o di paura ma non importa, io immagino solo una sacrilega storia d’amore in sacrestia, profanando di pensieri impuri quel tetro teatro di culto. Mentre fantastico oltraggiosamente la cerimonia va avanti. Tre cariatidi a turno leggono lettere e salmi, illuminati da luci al neon che li rendono più statue di cera che esseri viventi. Sono vecchi e noiosi. Sono brutti e il neon lo rende solo più evidente, altro che luce divina e verità, serve la luce fredda artificiale per vedere le cose come stanno. Il tono greve e pomposo delle loro voci peggiora solo le cose. Tutto è greve e pomposo. Anche i gesti, rigidi e meccanici che accompagnano la celebrazione. Ci sento qualcosa di sbagliato, come se il luogo non fosse adatto; due chirichetti che all’unisono sollevano candele per mettersi di fianco al prete, lenzuoli dispiegati secondo teoremi geometrici, le file ordinate di gente che va a cibarsi del corpo di Cristo. Tutto forzato.

Arriviamo alla fine della cerimonia, un’ora circa ma mi sembra di essere li dentro da secoli tanto che non riesco nemmeno a tenere gli occhi aperti. Sento nuovamente lo sguardo di disprezzo di mia madre che mi tocca con la mano perchè sono seduto scomposto, una gamba allungata, l’altra che tamburella il piano di legno consunto della panca come se fosse un charleston, cosi distaccato da tutta quella situazione che non mi sento nemmeno una persona. Parte il canto finale, seconda e terza strofa, canto 163. Parla di Dio guarda caso, ma nessuno lo sà cantare, ognuno intona l’inizio in maniera diversa ed ogni frase è un balbettio di incertezza. Penso al contrasto tra quei gesti perfetti sull’altare e la disarmonia dei fedeli, una specie di sessantenne rifatta che si veste come una di venti. Lo trovo finto, poco spontaneo, non semplice, inadatto, brutto.
Mi alzo ed esco in fretta perchè mi sento soffocare, intravedo che qualcuno mi riconosce e vuole salutarmi ma faccio finta di non notare la loro esistenza, oltrepasso quei corridoi blu e bianchi disseminati di termosifoni, locandine, estintori. Velocemente.

Mi sento invischiato in un qualcosa che non capisco, e non mi sono mai sentito cosi lontano da Dio come in questo momento. Una volta fuori, osservo un’ultima volta la vecchia chiesa.

Sta crollando.

Anch’io sto crollando.


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