Dopo il fulmine…

Senti una canzone alla radio mentre stai comprando un maglione grigio-topo invernale sottocosto nel solito negozio. L’inizio è fantastico con un riff ipnotico, giusto tre note e la batteria, quasi dolce, in attesa dell’esplosione, del crescendo che ti aspetti. Che non arriva. Il resto non funziona, non è la voce ma è qualcosa nella melodia che non ti convince, non ti piace, tradisce. Era solo l’aspettativa che avevi alla fine, nella tua mente suonava diversa, ti faceva sentire bene, pieno di entusiasmo per aver trovato un’altra canzone importante nella tua vita ed invece ti ritrovi a maledire te stesso per non saper nemmeno tenere in mano una chitarra, perché con quella intro ci avresti fatto un capolavoro, artefice della propria colonna sonora. Le mie storie di amore sono come queste canzoni, al ‘ritornello’ non ci arrivo mai e non importa quanto brillante, dolce, affettuoso io possa essere. Tutte, prima o poi, scoprono la mia parte lontana e malinconica. Credono sia colpa loro ma è solo mia e da codardo le lascio nelle loro convinzioni perché mi fa comodo non pensarci, mentendo. Sono strano, non ho nemmeno le scarpe per camminare su una strada terrestre e voglio la luna e non parlo di successo ma soltanto ‘vedere’ e ‘sapere’ cose che nessuno conosce per poi vivere per sempre visto che la morte e la vecchiaia mi terrorizzano. Forse è per queste che le mie donne devono essere sempre più giovani e belle mentre io divento sempre più vecchio e brutto e con il tempo, ed è inevitabile, le scopro inadatte a seguirmi nei miei mondi di fantasia e sogni troppo astratti per poterli spiegare. Quindi mi allontano, per non essere obbligato a diventare concreto e impegnato, per essere solo ma libero, perché chi mi segue deve rispettare i silenzi che mi servono, percepire il mio caos tollerandolo. Starmi vicino, ma alla dovuta distanza. Insostenibile, ingiusto, egoista. Insostenibilmente ed egoisticamente ingiusto, ed è inevitabile che ci si lasci anzi, che mi lascino con io che soffro per mesi, continuando a non capire cosa voglio, cosa sbaglio o meglio, cosa davvero mi serve.

Sembra un pensiero eccessivamente lungo, grammaticalmente scorretto ma che si riassume nella parola ‘insoddisfazione’. Non cronica, temporanea. Non pessimista, ma temporanea.

Temporanea perché sparisce per poi tornare ogni qualvolta che faccio un riassunto di questi quasi trent’anni che mi angosciano e mi fanno sentire un calciatore a fine carriera anche se non ce ne sarebbe bisogno, con quel demone di nome Tempo che mi mette fretta, spada puntata alla nuca che lascia un solco, un minuscolo foro. Non è una ferita di quelle che sanguinano ma piuttosto uno spillo, con il freddo della lama che senti anche nelle afose notti di estate, sempre in quel punto, dietro il collo, che non se ne va mai perchè vivo nel riflesso delle emozioni degli altri, le loro storie, le loro vite, gli amici che si sposano e che si amano e tutto alimenta la malinconia per la dura attesa di quell’incontro speciale che molti di noi cercano. Ogni tanto, quando quel riflesso diventa forte, la punta in acciaio gelido si conficca un po’di più e inzio ad agitarmi, bombardato dai ‘devodevodevo’ che anche tu che leggi e che a volte ti senti come me, ti auto-imponi per smetterla di perdere tempo e sfruttare ogni occasione, vivendo sensazioni che ti eri dimenticato esistessero ma…

…tanto TUTTO rimbalza, e sei fai le cose di fretta il tempo lo sprechi davvero.

Lo capisco ogni volta che crolla qualcosa che costruisco velocemente, perchè i ‘devo’ rimbalzano bene e fanno danni quando tornano indietro, esplosivi. Allora, invece di iniziziare le cose presto e finirle tardi come hai sempre fatto, smetti di farle del tutto perché ti senti stanco per poi ripensarci e re-iniziarle,tardi, troppo, e quelle finiscono presto. Troppo.

Servirebbe un orologio che segni sempre l’ora giusta per fare quello che DEVI fare.

“Ore 8:40, svegliati, è l’ora giusta per te, sei riposato.”

“Ore 17:32, prendi la macchina fotografica, è l’ora giusta per te, devi fare qualche foto.”

“Ore 19:32, vai ad allenarti. Si lo so che è tardi e non ne hai voglia. Fuori piove e il vento è freddo, lo senti dagli spifferi di quei vecchi serramenti mai cambiati. Non sei convinto? Sono ‘l’orologio dell’ora giusta’ e so cosa devi fare. Esci.”

Mi vesto come al solito, felpa grigia con il cappuccio, cappellino Adidas nero, pantaloni larghi e scarpe distrutte. Sigur Ros in playlist, perché mi fanno piangere e stare male, e se mi concentro su quell’emozione non sento il dolore alle gambe.

Corro veloce ed arrivo al mio piccolo parchetto, le mie sbarre bagnate, il mio regno fatto di foglie autunnali disseminate ovunque, muretti viscidi e una inquietante luce verdognola che illumina serrande abbassate, sotto un portico abbandonato. Sono li ma non so cosa fare, salgo su una sbarra giusto per fare due passi, in equilibrio, per rilassarmi e capire, circondato dal buio fuori e pieno di buio dentro, avanti e indietro su quella ringhiera, concentrato, sempre con la musica nelle orecchie.

Prima era nascosta da un platano morente mentre adesso è sotto la fredda luce azzurra di un lampione piegato. Ha un cappuccio ma si intravedono boccoli castani, occhi grandi, forse verdi. Porta un cane a guinzaglio ma non vi saprei dire la razza mentre la felpa rossa recita una frase in inglese in bianco che parla d’amore ma che non vi saprei ripetere. Si muove verso di me anzi, verso l’uscita del parco, una decina di passi e quasi mi affianca.

Le dico “Ciao”.

Noto la sorpresa e il timore, per un istante, ma mi risponde sorridendomi, allo stesso modo.

“Ciao…che ci fai lassu?”

“Non lo so…dovrei saperlo ma non lo so…me l’ha detto l’orologio”

“Cosa?” risponde sorridendo in maniera incerta

“Mi alleno…vengo qua ogni giorno…”

“Anche io…ma non ti ho mai visto..”

“…di solito in altri momenti…io sono Emanuele comunque…”

“Giulia…” risponde tendendomi la mano guantata

Gliela stringo, sento il suo calore e lei percepisce il mio gelo. Le mani si staccano e si allontanano.

“Io vado che ho freddo…e anche lui” indicando il cane. “Buon allenamento” andandosene con un sorriso.

“Grazie…” le dico “…ci vediamo domani…”

La guardo allontanarsi e penso ai colpi di fulmine; ci ho sempre creduto, che io sia maledetto. Adoro il momento, la saetta che cade nel cuore come su un albero, il fuoco della passione che poi brucia e la forza. E il calore. Ma poi la tempesta e la pioggia che segue quel lampo di luce, incessante e decisa, che spegne tutto e allora solo fumo e cenere grigia, amara. Nulla che riscresce…è terribile.

Mi ritrovo immerso nell’acqua della vasca ormai quasi tiepida, la luce spenta visto che la corrente è andata via da almeno venti minuti. Vivo gli ultimi istanti di quell’incontro che non esiste nella mia mente, con la sua schiena che si dissolve, come se camminasse nella foschia e Dio, quanta paura che possa succedere davvero.


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