Resa del conto

Me la ritrovo di fronte nel bar del paese in uno di quei giorni di festa incerti, quelli che da piccolo chiedevi ai tuoi se si doveva andare in chiesa oppure no, di quei giorni che capitano di venerdì o sabato.

Lei è in tiro per l’occasione, come se la celebrazione nel tempio implicasse sacrifici di fighe ben vestite o una processione di prostitute, in altri casi. Io ero vestito da perfetto zotico mentre mi sedevo di fronte a lei. Capelli non pettinati, figurarsi lavati, camicia aperta su una maglietta dei Motorhead appartenuta ad un  mio cugino metallaro, che il diavolo se lo porti. Pantaloni da lavoro in jeans, che con l’usura e lo sporco sembravano un capo d’alta moda. Non mi formalizzo con lei.

Si alza dal tavolino, mettendomi il braccio intorno al collo, stampandomi un bacio di puro affetto sulla guancia.

“Mi crede suo fratello” penso mentre guardo quel seno perfetto che si intravede dietro la sua camicia azzurra e sento già l’eccitazione galoppare feroce. Si siede, con quel sorriso da panico che conosco da quando avevamo entrambi sei anni. Comincia a parlare ma io osservo solo i suoi lineamenti perfetti, il modo in cui muove le mani e come le unisce allungando le braccia sul tavolino, sporgendosi in avanti, quando vuole che sia tu a parlare. Come adesso.

Forse ti ha chiesto perché vedersi prima della cerimonia al bar. Non sa del tuo rapporto con i giorni festivi.

Forse ti sta chiedendo consigli sul suo ragazzo che conosci, di cui sei quasi amico, con cui hai anche lavorato assieme, anche se sono notti che lo sogni morto per incidente oppure in preda alla follia al punto di mollare tutto e scappare o ancora, invaghito di una statuaria russa, tradire ed essere beccato.

“Voglio fare l’amore con te” le dico.

“Scandisco bene amore perché non ti voglio scopare come un selvaggio, non solo quello. C’è del sentimento, profondo, ossessivo, torbido, malato. Con le altre sarebbe scopare, con te è fare l’amore capisci? Lo farei quasi piangendo, forse ti farei male, perché sei l’unica in cui posso riversare rabbia, frustrazione, energia e desiderio. Puro istinto…”

Tutto il resto lo penso soltanto. Nella mente lo urlo convinto in un secondo mentre la osservo che torna indietro con le mani, il sorriso che sparisce. Sento un gorgoglio nella gola e se provassi a parlare balbetterei senza dignità quindi sto zitto. Nei miei sogni, quelli belli, in cui il suo uomo l’ha abbandonata e io la conforto, di quelli che ti svegli con le mani tra le palle in pieno relax, a questo punto io e lei usciamo e andiamo da me; apro la porta e la sbatto sulla libreria, con una mano le tengo il collo, con l’altra tolgo tutto quello che c’è da togliere. Un bacio, un morso ai lobi delle orecchie. Amore come deve essere, finalmente.

Invece la vedo mettere via il cellulare nella borsa, agitata. Sembra che pianga ma non ne sono sicuro. Non mi degna di uno sguardo mentre si alza e il resto del bar si gode la scena. Stasera tutto questo paese saprà, è sicuro. Con il suo corpo compatto si allontana senza nemmeno una parola, in fretta. Sento la porta che si chiude alle mie spalle.

Io dentro non ho più nulla, sconvolto ma senza darlo a vedere. Sconvolto che non riesco ad immaginare la mia espressione attuale, non ricordo nemmeno che faccia ho. Finisco il mio caffè e vado verso la porta a vetri, lei non la vedo. Esco senza pagare.


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