Pillola del 145° giorno – ONE POUND

Sveglio, dopo una notte in cui ho sognato di essere uno a letto che cercava di addormentarsi senza riuscirci e che si svegliava continuamente, imprecando contro Dio. Come se mi fossi addormentato due volte, come se mi svegliassi stanco il doppio.

L’ora e mezza di trasferimento verso Milano che ne consegue, in realtà, è una palla mortale. Niente consueto libro di Charles sottomano che dannato me, l’ho messo sopra il pianoforte in modo da notarlo e raccattarlo prima di uscire ma si è ritrovato sommerso da volantini dell’Unieuro. Dimenticato. Vengo salvato solo dal fedele ipod e da un paio di tizi pazzoidi e che parlano da soli sul sedile a fianco.

Finchè non arriva lei.

Mi si siede vicino, magra anche troppo, capelli corti, viso bellissimo. Ogni volta che si muove mi tocca dentro con il braccio, poi lo appoggia completamente e rimaniamo in contatto per trenta minuti buoni senza che nessuno dei due si stacchi e tutto questo mi ricorda tanto quel racconto di Charles in cui si trova a contatto con una sconosciuta per un intero viaggio in pulman, senza scambiarsi neppure una parola, solo lievi contatti con il piede e l’eccitazione di Charles che sale, quel suo vederlo più intimo, sensuale e sconcio del sesso stesso. Quando arriva la sua fermata e si alza, appoggia tutta la schiena sul mio braccio per sfilarsi la maglia, in un movimento da sinistra a destra, senza separarsi da me. E’ un turbamento strano. Ora capisco cosa intendeva quel vecchio ubriacone.

***

Sotto il cavallo di bronzo mentre leggo perchè si, sono passato in libreria visto che ero in anticipo per comprarmi un libro per il ritorno, anche se in realtà ne ho presi tre. Aspetto un’amica che arriva puntualissima, raggiante e bella come il sole, una buona scusa per non andare a lavoro una mattina altrimenti normale di un giovedi mattina assolato penso. La saluto. Colazione a base di spremuta d’arancia che non so voi, ma io erano anni che non ne bevevo una. Mi riporta un sacco di ricordi di decine di arance sterminate sopra uno spremiagrumi rosso dal quale si riusciva a stento a recuperare due miseri bicchieri, aspra e con grumi e semi. Io piccolo in attesa, mio nonno, mia mamma, tovaglia rossa. Deliziosa.

“Due cubetti di ghiaccio?”

“Mmmh, me lo consigli?”

“In che senso?”

“Bhe, sembri sapere qualcosa che non so”

“E’ più fresca…”

“Mi hai convinto”

Parliamo circa sei mezz’ore di ogni cosa, una specie di Curriculum della vita dalla nascita fino al momento in cui ci siamo visti questa mattina e questo fino ad ora di pranzo, con il tempo che vola letteralmente. A malincuore la saluto, lei sale su un tram preso d’assalto, io ritorno verso la stazione a piedi, circondato da stand modaioli, modelle troppo magre, modelli troppo alti, tappeti sulla strada troppo comodi, uomini d’affari che ridono e fumano, barboni che chiedono spiccioli, promoter che spruzzano profumi a chi le si avvicina, come se fosse spray al peperoncino per stupratori. Mi allontano dal centro con sollievo e mi infilo a mangiare un panino pollo e maionese che fa letteralmente schifo. Dei piccioni mi osservano con fare curioso e io lascio li il pranzo per terra e mi allontano. Con la coda dell’occhio noto che anche i pennuti non sembrano molto convinti della mia scelta.

***

Cesso della stazione. Solito vecchio che raccatta i cinquanta centesimi obbligatori ma stavolta lo trovo più storto di Guernica e pure più in bianco e nero.

“Cabina”

Mi dice che è uno schifo e io innocentamente gli chiedo “cosa?” ma in cuor mio credo si riferisca alla puzza e alle condizioni igeniche del posto.

No.

“Le tavolette…costano settanta euro l’una, ne ho ordinate cinque pagate in anticipo e ancora non me le consegnano, la gente è irrispettosa”

“Ma noi uomini non le usiamo…”

“Si ma le spaccate lo stesso a quanto pare…”

Piscio ed esco, mi lavo le mani. All’uscita ricomincia la tiritera del vecchio ed io che sono in vena di parlare lo incito a continuare. A lui non sembra vero ma un nuovo cliente arriva con uno scintillante cinquanta centesimi nuovo di zecca e il discorso passa in secondo piano. Io me ne vado, fra tre minuti parte il treno.

***

“Tu dove scendi?”

“Varese”

A chiedermelo è una ragazza abbondante ma molto carina. Sta con un’amica carina anche lei ed un ragazzo cieco.
Vengo a sapere che il ragazzo cieco deve scendere a Varese, mentre loro si fermano prima e quindi non possono accompagnarlo.

“Ci penso io” dico

Il ragazzo cieco mette le mani un po’ ovunque sulle ragazze fin troppo gentili, racconta storie di palpeggiamenti da parte di ciechi su persone vedenti successi a lavoro, di liti, di gite con fratello e padre, di lavoro, di musica italiana anni ’40, delle donne basse, di Ischia, di quelle alte, dell’esperienza al buio. Vuole sapere tutto di noi e noi parliamo delle nostre vite finchè ne abbiamo voglia. Ridiamo, qualche battuta, io lascio Charles cartaceo sulla borsa e mi introduco parlando di persone basse diventate famose. Un’ora dopo le ragazze scendono, ci salutiamo e dopo due fermate anch’io scendo e finisco con il pensare che conoscere sconosciuti sopra un treno è un’esperienza da rifare mille volte invece che isolarsi dal mondo.

Stazione. Strano andare in giro con un cieco. Lui ti prende a braccetto e ovviamente tu devi fargli presente che ci sono le scale, e che stai facendo una curva. Tutte le strade cambiano, uso i sottopassaggi invece di fare slalom fra le auto saltando mancorrenti. Non puoi evitare la gente con il cellulare in mano e ci andiamo a sbattere ogni quindici metri e tutti ti guardano in maniera strana e devi stare lontano dagli alberi che lui non li vede, e dai tavolini che lui non li vede e dalle promoter che lui non le vede.

“Una volta ero a braccetto con due tizi e mi hanno rubato il portafogli” mi dice

Non so cosa rispondere, vorrei solo chiedergli cosa se ne fa dell’orologio al polso se tanto “non vede l’ora” ma non faccio in tempo a trovare un sistema per fargli quella domanda senza che sembri una battuta del cazzo che lui clicca un paio di bottoni ed ecco che l’orologio scandisce l’ora con voce tecno-metallica.

Sorride.

Sorride sempre e mi sembra felice. Non lo capisco ma pure io sono un po’ felice.

Lo accompagno al pulman, lo aiuto a salire mentre srotola il bastone e appena parte vado a prendere il mio.

Dentro l’edicola appoggio sul piattino una moneta da due euro e chiedo un biglietto.

“Non sono due euro…”

“Come no?”

“No…”

Guardo la moneta. Sopra c’è l’effige di Tutankhamon, dietro, la scritta ONE POUND.

“E questa da dove cazzo è uscita?”

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