Pillola del 160° giorno – Ritorno

Ci metto 40 minuti a capire che sono scomodo, appallottolato per leggere su un sedile bordo corridoio, chinato alla monaco shaolin in preghiera o barbone ubriaco, downtown di L.A.

Senza ragione. La persona più vicina è una culona, quattro sedili dietro e sono isolato da 45 km almeno. Mi sento un ritardato, la camicia inglobata con maglione, giacca, borsa, pantaloni…e ho dodici posti liberi attorno. Mi sposto, mi svacco. Mi sento meno ritardato.

Vicino al finestrino le cose vanno meglio, ho un gradino su cui lanciare la gamba allungandola senza stile, ho un lurido posacenere su cui posare l’ipod, ho un finestrino da cui osservare in fast forward il mondo troppo reale che leggo sui libri di Charles.

Non so perché ma mi viene in mente una storia che non ho mai scritto e di cui volevo fare un corto, ovviamente finita in quella pila di pensieri sprecati, nascosti sotto brutti tappeti che tornano fuori sempre…spigolosi quando ci cammini sopra.

L’attore era un mio grande amico, che in mezzo ad un sacco di gente in una di quelle vecchie carrozze a due piani, sedili in pelle finta marrone, apertura porte con maniglia, si ritrova a parlare della propria vita con un mostro con la faccia da mosca gigante che sapeva tutto su di lui.  Parlavano i due, con salti di camera continui tra primi piani, in una discussione in cui tutte le fragilità dell’uomo venivano fuori. Le paure, lo schifo. Solo alla fine si capiva che era tutto un parto della mente, si alzava urlando con la gente attorno sconvolta e di fronte, un posto vuoto. Più penso alla storia, più mi ritornano in mente i dialoghi, i costumi, la situazione in cui tirai fuori l’idea. Tempi di università, treno verso Bovisa e caldo allucinante, gente grigia attorno che immaginavo come tristi comparse di un film sceneggiato da me. Anche allora avevo l’illusione di capire il mondo molto meglio degli altri. Mi è rimasta, ma si sta trasformando in una superba certezza e ci rimarrò male, credo, quando capirò che sapere o non sapere è uguale quando le montagne vivono milioni di anni, le stelle miliardi e tu non arrivi al secolo.

Quando arrivo a Varese, e la culona scende e dal piano sopra invece arriva una bellissima ragazza su cui fantastico prima di scendere pure io, mi sento stranamente più piccolo e basso.

Ci sono viaggi in treno positivi, altri meno e questa credo sia una grande verità personale, succede davvero. Tutti quei pensieri sulla verità e sulla gente ti fanno sentire diverso, un osservato speciale e la tua mente reagisce. A volte scendi e ameresti alla follia ogni culona o donna che vedi. Altre volte ti senti la persona più sola e infreddolita del mondo. Altre coraggioso, o forte, o figo da morire, immortale. Oggi basso e molto incerto.

Domani forse, mostro con la faccia da mosca.


8 reazioni allergiche a “Pillola del 160° giorno – Ritorno”

  • la ragazza delle arance ha scritto:

    ho sempre pensato che il viaggio in treno fosse “il viaggio”, forse perché è quello che più mi da modo di riflettere e perdermi tra i pensieri…sarà forse che l’aereo mi mette un po’ d’ansia, chissà…Ad ogni modo, i miei viaggi in treno sono sempre memorabili, la maggior parte delle volte incontro suore…è assurdo!suore strane….una lesbica che mi fa il piedino sotto alla poltrona, un’altra che mi scambia per l’anti cristo solo per il colore del mio smalto, un’altra che fa da guardia per tutta la sera al borsone temendo che glielo rubassero (per poi scoprire che conteneva “limoni”), un’altra che prima di sedersi si alza la gonna talmente in alto da rimanere in mutande). Ne avrei da raccontarne tante…le culone mi mancano…e non incontro mai bei ragazzi, al massimo qualche maniaco… 🙂 ma la realtà tragicomica sta sempre nelle parole di Charles: “Passai accanto a 200 persone, ma non vidi un solo essere umano”. e comunque si…. tu hai capito come va il mondo e mi piace come lo racconti!

    • ayertosco ha scritto:

      Si, il treno è il mezzo di trasporto più intimo in assoluto, lo adoro. Ho perso il conto degli amori che durano tre secondi, delle conversazioni origliate, dei pazzi dei disperati e della gente che ti fissa mentre anche te li fissi, loro sulla banchina e tu dentro. Gli odori, le multe, le dormite, le avance gay ricevute, le corse e i mille treni sbagliati presi. Ci sono cresciuto sui treni, lo prendevo da piccolo con i miei, viaggi da venti-trenta ore interminabili, cuccette e vagone letto e anche le prime avventure da solo in città, senza biglietto, sette minuti appena con il cuore in gola e occhi anche sulla nuca. Il treno è la più grande invenzione dell’uomo, e se forse è troppo è almeno una delle più belle.

  • la ragazza delle arance ha scritto:

    eh già..pienamente d’accordo con te, la poesia a bordo, viaggia… almeno finché non ti capiti accanto il vicino che russa :-p

  • la ragazza delle arance ha scritto:

    profonda solidarietà!!!ammetto che tra i miei episodi raccapriccianti a bordo, questa manca…non è affatto invidiabile! Comunque per completare il quadretto, tra le mie amiche gira voce che sia meglio non partire mai in treno con me perché accadono episodi inverosimili e si incontra gente strana….quindi augurati di non beccarmi mai nello stesso scompartimento, potresti imbatterti in una russa, single che sta per prendere i voti!

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