Pillola del 168° giorno – Cubo

Cosa ci faccio a ballare sopra un cubo in una discoteca gay? No, non ho cambiato sponda e tutti quei maschi che si baciano e si strusciano e tentano di accoppiarsi sul pavimento mi hanno dato la certezza che io amo le donne.

Torniamo a questa mattina, sveglia presto e viaggio fino a Milano per fare shopping, con la speranza di trovare dei pantaloni grigi che abbiano un minimo di originalità. Niente da fare, tutte le marche fanno la stessa roba ma con prezzi diversi, in ore e ore in giro, non prendo nulla, non provo nulla, tranne un paio di jeans che sembravano sporchi di farina. È proprio mentre li provo, dopo che un uomo nero alto due metri mi ha indicato in che cabina andare, che inizia il dramma.

Devo fare una ricarica Postepay, urgente. Esco e vado in una banca a ritirare il giusto ma attorno, nessuna posta o tabacchi, solo venditori di panini farciti e cotone stilizzato e confezionato. In macchina quindi, nella strada verso casa cercando di scorgere insegne gialle e blu o ‘T’ bianche su sfondo nero. Nulla, e il tempo passa e il nervosismo cresce. Fuori dall’autostrada, dentro un centro abitato con cartelli direzionali scritti così in piccolo che riesci a leggerli solo quando gli passi a fianco ed ormai è troppo tardi, la traversa era due metri fà. Fà di fanculo.

In un cartello però, anche senza leggere, riconosco il simbolo della posta.

“Ci siamo” dico

Arrivo di corsa e sbatto subito sulla porta automatica che in realtà dovrebbe accogliermi come un figlio. Dentro una ragazza mi sorride e dal labiale leggo

“Chiuso…”

Sono le 12:32 quindi è chiusa da due minuti. Quasi mi metto in ginocchio, la prego di farmi entrare ma nulla, quella sorride beffarda.

“CAZZOOO” urlo e lei mi sente. Quasi si spaventa.

Altri chilometri in posti sconosciuti circondati da boschi e ditte in rovina, altri bar e trattorie, a centinaia…e i minuti corrono e ormai sono già passate due ore. Poi, come un miraggio, una ‘T’ sfolgorante su sfondo nero, tra una trattoria e un negozio di ceramiche. Mi ci fiondo dentro, vado dritto verso la tizia del bancone, circondata da terminali computerizzati e barriere protettive.

“Ricarica Postepay…la fate si?”
“Certo…”

Il mio cuore è già in festa…”ce l’abbiamo fatta!” sembra gridare. Riprendo a respirare da essere umano.

“…ma dipende da quanto…siamo a corto con il credito…”

Ghiaccio. Di nuovo.

“Sarebbero 160…”
“Allora no…”

Mi viene da piangere, non ricordo nemmeno se la saluto ma esco esasperato e voglio buttare tutto, pure i soldi. In macchina, il viaggio procede senza più entusiasmo, è tutto andato perso, niente biglietti, ancora una volta.

Mi fermo a mangiare…sconsolato, sconfitto.Entro in un bar, una bellissima ragazza che sa di mediterraneo mi chiede cosa voglio.

“A dirla tutta…una ricarica Postepay” detto con il tono di un uomo che si prende in giro da solo

“Ok…da quanto?”

L’avrei sposata. Seduta stante.

Ah, ma voi volevate sapere che ci faccio a ballare sopra un cubo in una discoteca gay…vabbè, sarà per la prossima volta…


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