Digrigno i denti. Me ne accorgo. Non faccio niente.

Avevo voglia di scrivere e basta, qualcosa, non so cosa, qualcuno, non so di chi, di cui, per come.

‘Tipo una settimana fa’…immaginatevelo scritto in sovrimpressione su un mio ricordo ampiamente distorto stile “era una notte buia e tempestosa” ma non era notte, non era tempestosa anche se probabilmente pioveva che qua piove sempre, piovavilmente probabilava.

Smetto di scrivere per un po’, per giorni mi dicevo, almeno fino al lunedi dopo…il cervello con buchi profondi e strappi dai bordi taglienti e dentro cerchi su cerchi con Dante in caduta libera e io coma profondo neurolettico senza anima ed energia…pare esagerato ma chi scrive lo sa…che a strappar roba con forza tutto poi si scioglie e si deteriora in poltiglie dense, sale la nausea e quella notte era buia e tempestosa nel cervello, quando mettevo fine a giorni di raschiature bariliche per prendermi riposo dopo il tormento.

C’è che poi, sento che dalla cenere e dai cunicoli nel cranio riemergono pezzi di volontà, pensieri, palline di luce appiccicaticce, tipo germogli verdi post-incendio…forse per gli stimoli di viaggi e freddo e rabbia repressa, una stronza, uno stronzo, una dose di sfiga mista grandine, rimestamenti di sentimenti e amore profondo e bile e schifo e penso che un conato su carta è che quello che voglio, ci starebbe bene, sette giorni dopo.

Ma sono incapace. Da qualche parte, forse tra il mercoledì ore 19:45 e il venerdi mattina 8:38 ho perso tutta la mia capacità di scrivere e mettere su carta, non so iniziare, non so finire…che forse non ho mai scritto, parto della mente…forse ho esaurito tutto, come il sapore di un frutto, quanto vuoi che duri il sapore di un frutto…un cazzo dura il sapore di un frutto…fissato poi io, all’igiene dentale prima di tutto, quel gusto dura anche meno, sparisce in un bombardamento a suon di menta-dentifricio tredici secondi dopo, denti straspazzolati, denti che digrigno poi, tralaltro e non ricordo tralaltro, se ci va l’apostrofo poi, in tralaltro o tral’altro e mi accorgo che digrigno i denti ogni volta che digrigno i denti e mi immagino da vecchio con i denti consumati che mi maledico perché me ne accorgevo di digrignare i denti quando digrignavo i denti e non facevo niente e lo sapevo che non facevo niente, come pure quando mi fottevano le ragazze che piacevano a me perché non facevo niente, lo sapevo, che tanto ce ne sarà un’altra dicevo o quando perdevo un’occasione lo sapevo, che tanto forse, non era quella giusta per me mi dicevo, non ero pronto dicevo detto stretto, tra i denti digrignanti e me ne accorgevo che erano digrignanti, ma non facevo niente e mi accorgevo di non fare niente quando invece dovevo fare qualcosa mi dico, da vecchio immaginario.

Digrigno i denti. Mi autoconvinco di smetterla, ma sembra programmato nel mio IO subcosciente digrignare i denti…è inconscio come l’attrazione per le more dagli occhi scuri, le linee di un auto, i culi alti, la pizza di mamma. Come il saper scrivere magari tralaltro o tral’altro, anche se mi sento incapace, senza gusto tranne quintali di mentolo nelle gengive, sapore artificiale, sensazione di aver perso stile, contenuti, voglia, senso dell’umorismo e spirito, non so iniziare, ne finire.

Quindi ricomincio. Digrigno i denti. Smetto. Ricomincio.

Che non è poi nemmeno troppo utile tralaltro o tral’altro…ricominciare dico, non ha un vero capo ne una vera coda…è giusto evitare di non fare niente stando immobili che daltronde o d’altronde, non è che volessi poi illustrare stati d’animo o raccontare storie, avevo solo voglia di scrivere e basta, qualcosa, non so cosa, qualcuno, non so di chi, di cui, per come.


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