Lettera a un’ipocrita

Se ne stava lì, ogni volta che per qualche motivo riviveva qualcosa che avevano condiviso insieme, se ne stava lì a ripercorrere la loro storia, le loro parole, le loro verità, quelle che nessun altro all’infuori di loro avrebbero potuto capire e conoscere. Nessuno. Quella verità così autentica che per non mischiarla con quanto di più misero e meschino c’era stato tra loro non andava nemmeno detta, quella verità così profonda e scandalosa che per pudore o per vergogna o per colpa o per paura non andava nemmeno ammessa. Talmente fragile che solo a pronunciarla si sarebbe incrinata: era meglio lasciarla lì, sepolta, ammantata da un velo perso e polveroso, come perso e polveroso era il cuore di lei. Lasciata là, nascosta dove nessuno l’avrebbe più potuta raggiungere, e guai a ritirarla fuori. Quella sopita verità era una reazione nucleare, e se fosse stata innescata avrebbe distrutto tutto quanto e spazzato via ogni cosa, in modo da poter ricostruire sulle macerie secondo il proprio disegno di vita e amore. Quella verità era un’arma che nessuno dei due aveva il coraggio di usare, né chi l’aveva creata, né chi la custodiva ancora nell’angolo più nascosto e solo del cuore. No, era meglio lasciarla lì sepolta, in attesa che molti anni dopo, per caso, qualcuno la ritrovasse sotto mezzo metro di terra, arrugginita, spenta ed innocua.

Sviscerava quella storia cercando di coglierne ogni sottile sfumatura, di portarne alla luce i mille sottintesi, e di far parlare tutti quei silenzi che un po’ alla volta avevano finito per unirli. Ripercorreva in avanti e indietro le loro tappe, le loro esperienze, e in mezzo a quel ribollire di sentimenti e collidere di ricordi cercava di trovare una ragione nel torto, una verità nelle menzogne, una realtà tra le finzioni, e un appiglio di fiducia in un mare di delusioni. Di poterla riconoscere nell’irriconoscibilità. Tutto quanto credeva di sapere, d’un tratto, era svanito nel niente, come niente era quello che gli rimaneva di tutto quello che era stato. Niente era più vero ai suoi occhi, niente, e tutto ciò che aveva significato fino a quel momento, non significava più. Era il crollo di un ponte che faceva sprofondare nell’abisso tutto quello che vi si trovava sopra, un crollo colossale che a ritroso trascinava con sé tutto quello che vi era aggrappato, sempre più indietro, con una portata sempre più smisurata, una valanga inarrestabile che nel tempo di un pensiero era arrivata da quel momento fino al big bang, disintegrando ogni cosa. Tutto ciò che sapeva, tutto ciò che era, non era più.

Non era un guerriero, non usava armi ma le sapeva affilare bene. Qualsiasi moto di rabbia, anche il più giustificato, finiva per spegnersi dietro un sentimento di benevolenza e carità. Questo era il potere che lo rendeva tanto attraente e l’ostacolo più grande verso un sano e dovuto orgoglio. Non usava armi ma le sapeva preparare, ne era affascinato, le venerava in un certo qual modo, e sapeva quanto potesse essere letale con una delle sue armi in mano e con quella rabbia che sapeva contenere. La calma era la sua virtù, e se fosse esploso, armato della sua capacità di espressione avrebbe annientato qualsiasi ego sulla faccia della terra. Era subdolo. Quando voleva far male, lo faceva senza armi, usava la comprensione, il perdono, la carità. E quanto alle sue armi, beh, una volta preparate le lasciava intorno a sé, e se l’altro guerriero mosso da egoismo o superbia si fosse avvicinato troppo, avrebbe finito per ferirsi da solo. Sarebbe stata legittima difesa, per quanto perfette e sadiche quelle armi.

Come quella che stava preparando in quel momento, una lettera che non aveva nemmeno bisogno di recapitare, perché era certo che lei stessa sarebbe venuta a cercarla, per ritrovarsi e ritrovarci tutto quello che aveva contribuito a creare e poi distrutto, per proprio interesse. Troppo codarda per far brillare quella verità, e troppo sola per volerci rinunciare. Diceva di non sapere, ma quel dubbio che aveva in testa, quel dubbio che la teneva sveglia tutte le notti tra la morsa del senso di colpa e la voglia di quel piacere, quel rimpianto che provava giorno dopo giorno, notte dopo notte, quell’inadeguatezza verso se stessa e il mondo intero, quella sofferenza che non riusciva mai a placare, quella verità che non l’aveva ancora liberata, quel senso di giustizia che ancora sentiva, per tutte queste cose e per tante altre che ancora non capiva, sapeva di sapere. Sapeva come non avrebbe potuto sapere meglio. Ma non l’avrebbe mai ammesso, soprattutto a se stessa.


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