Lei – Parte II

Eccola, qua davanti a me, che si mordicchia la labbra come una scema, con i suoi occhi azzurri, i capelli neri lunghi e il viso d’angelo.
Eccola, vestita con un abito che mai avrei pensato qualcuna avrebbe mai indossato per una serata con me. Potrei descrivere quel tessuto leggero nella forma e nel colore, quella scollatura generosa tanto sul seno quanto ai lati delle maniche, potrei parlarvi dell’ampia cinta che le disegna una vita ancora più esile e dei fianchi più pronunciati. E quei tacchi, dio, io vado matto per i tacchi, e lei non so come, già lo sa.
“Cosa fai per cena?” mi aveva chiesto tre giorni fa.
“Stasera ho un impegno”, mentii. Passai la serata davanti a una triste insalata e col rimorso di aver buttato nel cesso un’occasione irripetibile.
È che lo so come vanno certe cose, lo so come vanno certe cose, se non le prendi per tempo. In una relazione bisogna tenere le redini. E non si tratta di essere egoisti, o maschilisti: per quanto mi riguarda si tratta di sopravvivenza. Quando mi innamoro, mi innamoro per davvero, e potrei fare qualsiasi cosa per il centro del mio mondo, e prima di essere scoperto meglio appurarsi di quanto lei o chi al suo posto, sia disposta a fare per me. Prima di buttarsi nel fuoco per qualcuno meglio che quel qualcuno dimostri di valere tale gesto.
E allora ho mentito, e allora ho detto che avevo da fare. Lasciate che le si insinui il dubbio che c’è già qualcuno, che si convinca del fatto che, sì è bella e fantastica, ma non sto mica ad aspettare lei. Che si abitui all’idea che non saranno sempre sì, per quanto io potrei morirci dalla voglia di dirle sempre sì. Che si renda conto che con la sua bellezza non è in grado di aprire qualsiasi porta, soddisfare ogni desiderio, e perdonare qualsiasi colpa. Che capisca che tutto quello che ci potrebbe essere se lo deve costruire.
E mentre mi ripetevo questi concetti per convincermi che avevo dato la risposta giusta mi rendevo conto di ragionare come un ragazzino. Magari voleva solo compagnia per una serata annoiata, oppure togliersi la curiosità di scoprire quanto c’era di vero nel ritratto che aveva fatto di me. Figurarsi se come me stava pensando mesi in là da un appuntamento che ancora si doveva realizzare. Già, figurarsi.

Eccola, qua davanti a me con il piatto quasi vuoto. Dove è finita tutta quella roba che ha mangiato non lo so, e non mi interessa. La figura mitologica della donna con lo stomaco dell’uccellino io ancora la devo incontrare.
Eccola, col calice di bianco tra le dita che già non vedo l’ora di intrecciare con le mie e portare alle labbra. Quando stringe il bicchiere per bere lo fa in un modo così elegante che mi scordo di come se ne tiene in mano uno. Quando inclina leggermente la testa per bere vorrei azzannarle il collo e le orecchie, chissà se le piacciono i morsi alle orecchie. Certo che sì.
Eccola, che mastica l’ultimo boccone non emettendo suono alcuno. Se c’è qualcuno più elegante di lei nel masticare io ancora lo devo conoscere. Ogni tanto fa delle piccole smorfie col lato della bocca, e non lo so se lo ha capito che non riesco a togliere gli occhi dalla sue labbra ma credo di sì perché ogni tanto disegna un sorriso senza motivo, solo per deliziare la mia vista.
Eccola che si pulisce la bocca senza lasciare traccia sul tovagliolo. Io il mio l’ho già piegato in due rivolgendo verso il basso il lato sporco di sugo. Già mi vergogno di me, non potrò mai essere alla sua altezza. Ecco che riparto col cervello adolescenziale. Datti un contegno, sono più di trentanni che stai al mondo e ci stai molto meglio di tanti come te. Forza, di qualcosa di divertente adesso.
“Maria?”, faccio con un tono interrogativo quasi a volerla recuperare da quale che sia la sua dimensione fisica.
“Che c’è?” mi domanda esibendo un altro dei suoi sorrisi che mi lascia per terra.
“Parlami di te”, le faccio.
“Di me?”
“Sì, di te”
“E cosa vuoi sapere di me?”
“Non voglio sapere niente di particolare… Anzi, ferma riformulo, che altrimenti sembra che non mi interessi. Voglio solo che mi parli di te. Non mi piace far domande, preferisco ascoltare e carpire le informazioni da me.”
“Sì, ma se tu non mi fai delle domande precise io non so cosa dire”, mi precisa quasi come se stesse dicendo la cosa più normale del mondo. E io vorrei dirle che non può essere che si esprime solo a risposte, che non sia capace di elaborare un discorso, di seguire un flusso di coscienza, do passare da un discorso all’altro seguendo briciole invisibili nel labirinto del suo cervello. Vorrei dirglielo ma potrei sembrare troppo presuntuoso, così non glielo dico.
Ma dico un milione di altre cose perché finisce sempre così. Sono buono per ascoltare ma mi trascinano sempre a parlare. Non lo so come fanno, forse per merito di un diario tramandato da madre e figlia, ma le donne riescono sempre a scardinarti. Le donne conoscono tutte le tecniche per indurmi a raccontarmi.

Eccola, che mi ascolta incantata, come se quello che stessi dicendo fosse interessante davvero, importante davvero. Sorride e fa cenni di approvazione. O esprime il suo disappunto se parlo di qualcosa che non è come dovrebbe essere per lei. Maria non si fa problemi. Dice quello che ti deve dire, e se non ti piace te lo devi far piacere perché tanto prima o poi dovrai farci i conti. Maria sa quello che è. Sa quello che vuole.

Maria, dopo cena, è venuta a letto con me.


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