Invisible Monsters

Come dicevo nel post precedente, sono stato fulminato l’anno scorso dalla scrittura di Palahniuk. Dei sei letti solo uno non mi è sembrato all’altezza (Beautiful You). Pescate uno a caso tra i primi libri pubblicati e cadrete bene. Chuck Palahniuk è stato Palahniuk da subito, i suoi elementi ci sono stati da sempre, le sue ossessioni, i suoi schemi. Prendete un libro a caso e troverete un perfetto manuale di scrittura. Puoi leggere come si scrivono i dialoghi, come si muovono i personaggi tra le pagine, come si intreccia una storia, come la narrazione può essere ribaltata di continuo senza perdere equilibrio. Basta un libro a caso per capire come può essere circolare un romanzo, una frase, una situazione. Prendetene uno a caso e imparate come una formula può essere reiterata per tutta la durata del racconto, diventando importante quanto la storia stesse. In Invisible Monsters sono i Flash, in Soffocare sono le parole imprecise ma che vengono subito in mente, in Survivor sono i suggerimenti sulla gestione della casa.

Adesso andate a me in una sala d’aspetto che sbircio un incipit così fulminante da farmi rimandare una lettura che sarebbe stata distratta. Andate a qualche giorno dopo, a metà romanzo, quando un’intuizione sulla scrittura di Chuck Palahniuk mi si spande in testa come un uovo rotto. Se potete riconoscere Tarantino, Sorrentino (forse se finisci in INO sei un genio) e Michael Bay da una sola scena, si può dire lo stesso di Chuck. Basta una frase per riconoscerlo. Per asciuttezze e per tematica. Consumismo, dipendenze, e determinazione (o indeterminazione). L’uomo è condannato dal momento che pensa e sente qualcosa, non c’è via di scampo. Tentare di uscire dalla trappola, fa parte della trappola. Il carnevale che mi è esploso in testa però non riguarda questo, ma il modo in cui il nostro costruisce una storia, che è lo stesso modo in cui costruisce un frase. Leva tutto. Ogni scelta è decisiva proprio come ogni parola è decisiva. Certi autori creano dei personaggi, li buttano in un mondo e stanno a vedere cosa succede. Direi che questa cosa non si applica affatto a Palahniuk. Ogni cosa nei suoi libri è perfettamente controllata da lui. I personaggi, come le frasi, adempiono allo scopo dello scrittore. Spogli da qualsiasi altra cosa che non sia il loro destino. Affettati per essere coerenti in un mondo pregno di surrealismo iperrealista. Palahniuk, se fosse una forma sarebbe un cerchio. Con lui è tutto circolare: lo sono le frasi, lo sono le formule, lo sono le storie. Ogni cosa è un arco. “La copia di una copia di una copia”; lo dice spesso, e sembra il suo metodo di lavoro. Più precisamente il suo lavoro è simile a una matriosca, dentro una matriosca, dentro una matriosca, dove quella più piccola è la frase, e la più grande la storia. Tutte scolpite con lo stesso scalpello, con lo stesso intento. I suo romanzi sono set, di quelli vuoti e bui, con una sedia al centro e una lampada sul comò di lato. Tutto quello che vedi, e senti, e sai, è tutto quello che devi vedere sentire e sapere. I suoi personaggi sono cento pistole di Cechov, e sta pur certo che prima della fine spareranno tutti. Adesso andate a me che sono arrivato a questo punto senza aver scritto una riga sulla trama. Se avessi fatto le scelte giuste sarei potuto essere un critico. Scusa mamma, scusa Dio. Quindi posso solo essere affettato e asciutto come lo è Invisible Monsters e uso una sola parola. Leggetelo.


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