Un pugno. Due dollari.

Se una giornata inizia male e continua peggio non può che finire in tragedia se la sfiga ce l’ha con te.

Giornata di lavoro intensa, ma con in programma di finire per le 16:00 in azienda e scappare ad un appuntamento di lavoro in centro Varese, cosa che ovviamente salta a dispetto delle buone intenzioni. Alle 18:00 sono ancora in ufficio con il capo seduto affianco, che mi ruba un pezzo di scrivania alla volta, che vuole modificare, tagliare, rielaborare e reinviare. Gli rispiego per l’ennesima volta, almeno la terza in mezz’ora che sono in ritardo per un appuntamento di almeno un’ora e mezza. Esasperato dai miei sospiri di scoramento ad ogni suo “altri 5 minuti” mi grazia e mi lascia andare con riserva, puntualizzando il fatto che è tutta colpa mia che ‘domenica mattina parto e non torno fino a giovedi quando c’è un sacco di lavoro da fare’. Problemi suoi. Esco da lavoro e vado a prendere il pullman per risparmiare tempo, nessuna voglia di tornare a casa, cambiarmi, prendere la macchina e trovare pure parcheggio in quell’inferno di città.

Arrivo in studio alle 18:30, saluti, baci e abbracci, mi pagano, mi danno un nuovo lavoro spiegato sommariamente ed io esco quasi felice, pur sapendo che mi tocca una notte di redbull, occhi distrutti e rotoli di carta grandi quanto un campo da calcio da misurare a mano, perchè giustamente il lavoro è urgente e da fare entro martedi, che significa che per quanto mi riguarda, è da fare entro Sabato sera. Esco dallo studio e sono le 19:00. Mi vedo con Fede, un’amica, per un aperitivo al Socrates, anche se continuo a chiamarlo Lord Byron perchè fa più figo. Due cazzate, due risate, due pizzette, due passi. Alle 20:40 saluto e vado a prendere il pullman, di fronte alla ferrovia per tornare a casa e poter iniziare a lavorare.

Ma le giornate storte non funzionano cosi.

La stazione Nord è deserta, e cosi anche la fermata dell’autobus, tranne per una simpatica cabina telefonica occupata da gente che non mi sembra stia telefonando. Passo oltre, lanciando solo un’occhiata sfuggente e vado verso la panchina, accendo la musica e mi siedo lungo il corrimano della scalinata del sottopassaggio, in disparte. Ma ecco che dalla cabina escono due tizi un po’ troppo socievoli per i miei gusti.

Uno è basso, vestito con una felpa adidas con cappuccio, straniero, magrebino ad una prima occhiata, mani in tasca. L’altro è alto e grosso, indossa una giacca di pelle e un maglione bordeaux veramente orrendo e nella mano destra stringe una bottiglia di birra. Il piccoletto mi si avvicina a meno di un metro.

“Ehy tutto bene amico?”

Io lo guardo negli occhi in maniera glaciale, l’unico metodo per fargli capire che non ho minimamente paura di lui, anche se le sue mani in tasca non mi lasciano tranquillo nemmeno un po’.

“Si perchè?”

“Hai mica da accendere?”

“No mi dispiace…” gli rispondo. Giro il volto e mi rimetto le cuffie

Comincia a parlarmi in una lingua che non riconosco, dalla tasca tira fuori una corda.

“Che hai li?” mi fa, indicando la cartellina che tengo sotto il braccio destro.

Ora. Questa è una situazione veramente di merda. Nel borsellino ho una cifra a 3 zeri, il pagamento delle mie ultime ore di lavoro mentre nella cartellina e nei tubi un progetto da 4. In parole povere, sono preoccupato di come possa finire la cosa. O derubato con i progetti dispersi in giro, o sdraiato per terra con i reni doloranti e una bottiglia nello stomaco. L’ipotesi migliore, ovvero che li stenda tutti e due la vedo ancora remota.

Il tizio si fa avanti per cercare di prendermi la cartellina, io gli pianto l’avambraccio sulla faccia e lo spingo con forza verso la panchina di pietra della fermata. Barcolla, inciampa sulla panchina e rotola per terra, mezzo ubriaco o comunque, con seri problemi di equilibrio. Il problema è che il suo amico mi sembra decisamente più sobrio, più grosso e con in mano una bottiglia e vedermela spaccare in testa non è esattamente la mia idea di venerdi sera, in più, ho istintivamente fatto la scelta di prenderli a sberle, e da queste situazioni con certa gente non si torna indietro.

Il tizio fa un passo verso di me, io prendo in mano il tubo dei disegni con l’idea di tenerlo a distanza o meglio, di allontanare la bottiglia di Heineken e mi preparo all’idea di dover far volare qualche pugno cercando di rimanere vivo. Non sono per niente tranquillo, l’adrenalina è a mille e la situazione precipita quando dall’altro lato della strada vedo altri due tizi correre verso di noi. Uno è basso, capelli bianchi, carnagione chiara e tuta in acetato blu elettrico, l’altro alto, scuro, con una giacca più scura di lui e jeans strappati.

“Ora sono davvero spacciato” penso tra me e me, contro 4 persone non ho praticamente nessuna chance di uscirne vincente, posso solo fare come anni fa consigliava un mio caro amico: sceglierne uno, squadrarlo con lo sguardo e puntare a fargli più male possibile. Mi guardo in giro per vedere se arriva qualcuno, se la polizia che di solito staziona qua davanti ha finito di mangiare al Burger King o se ho qualche possibile via di fuga.
Nessuno, del pullman nessuna traccia e per la fuga è meglio non pensarci nemmeno. Insomma, rimpiango di non avere imparato qualche arte marziale spaziale in stile film per poterli metterli a terra tutti e quattro.

Però a volte i miracoli capitano.

Appena ci raggiungono, i due tizi di corsa si accaniscono contro il tizio grosso con la birra, urlando parole incomprensibili. Comincia una furibonda rissa a meno di un metro da me. Problemi tra di loro evidentemente, nessuno spirito da eroe di qualche anima generosa. Anche il piccoletto si rialza e si unisce al party mentre io da attore protagonista con somma gioia mi riscopro felice comparsa.

Arriva il pullman, sono quasi sorpreso della sua comparsa e ci metto un attimo a ricordarmi che mi trovo in quel postaccio per colpa di quella maledetta ferraglia. Mi ci fiondo dentro, mai stato cosi contento in vita mia di entrare in quella bara arancione. Dal vetro vedo che il piccoletto è di nuovo sdraiato mentre la bottiglia è in mille pezzi per terra. Vado verso la macchinetta dei biglietti, non dà resto ed ho solo una moneta da due euro quando il biglietto ne costa 1.20 ma non sono mai stato cosi felice di buttare via soldi. Mi siedo, ho la fronte completamente sudata e l’adrenalina ancora in circolo.

Stanotte credo che non avrò problemi a stare sveglio.

E da domani prendo la macchina.


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