Impara l’arte e mettila su una sedia…

Gli occhi sono fissi nel buio quando le dieci luci si accendono all’unisono.

Sedie sopra lunghe assi di legno consunto, martoriate da tacchi a spillo, piedi, passi di danza, oggetti trascinati e fatti cadere.

Tende rosse e nere accartocciate agli angoli, pesanti e tetre.

C’è chi non vede perchè ha qualcuno davanti, proprio su una sedia, ma quelli si alzano, convergono verso le assi antiche. Altre sedie e voci e tu solo ora capisci di essere un oggetto di quella fantastica visione e sta solo a te capire cosa sei. Un estintore? Una porta? Un passante? O un semplice spettatore esterno, che si perde la magia?

Assi di legno, sedie, voci, verbi coniugati e inventati. Inventati e poi coniugati e cosi acquistano un senso e tu capisci. La gente con le sedie, le voci e i loro verbi se ne vanno e rimane solo lo scrittore, le sue visioni e i doppioni delle sue visioni che si burlano di lui, insegnano pur non sapendo, lo costringono a contorcersi in se stesso mentre lo insultano e lui, che è il protagonista, è sempre più confuso, in un labirinto semantico da cui non riesce ad uscire.

Le scene si alternano e diventano mille e sempre più slegate, i nomi vengono distorti, i personaggi ridicolizzati, ricostruiti, sintetizzati, elettrovinoscopicilitaliminizzati, una parola inventata derivata da un verbo inventato che non coniugo ma che ha senso, in questo mondo slegato dalla realtà. Gente che litiga, che crede di aver ragione, che piange, che si innamora, che crede che la vita sia ingiusta, che crede che possa vivere gente senza testa.

Ora sono un passante che osserva la follia sugli assi di legno, con quelle urla che rimbalzano sui pannelli fissati in alto, nel “cielo”, con quelle facce e le loro sedie che ora corrono verso di me, fanno domande e mi lasciano sorpreso, perchè vorrei essere partecipe, anzi, più partecipe, e unirmi alla loro corsa senza senso, lungo quelle scaline, le discese, i pianerottoli di moquette blu che mi circondano.

Altra ironia, altre voci e altre luci e alla fine tutte le facce sono li, una affianco all’altra, che mi salutano, che ci salutano e l’applauso scroscia, caloroso come non mai, senza finestre bidimensionali su mondi precostruiti artificiali con esplosioni ubermegalitiche schizofrenoidi no, solo assi di legno consunte, dieci luci, sedie e facce, tende che si aprono e si chiudono.

Questo è il teatro.


Scrivi la tua reazione allergica