Out of focus

Stamattina lavavo i piatti ignaro della presenza di un bicchiere rotto. Passo tra ceramiche, posate, teglie, finchè non arrivo al bicchiere. Quasi senza guardare, meccanicamente,  passo la spugna carica di schiuma lungo la sua superficie di vetro liscia made in france by Ikea, mano ben inserita nella concavità mentre ‘giro, giro e giro’. Arrivo alla parte scheggiata e il vetro mi entra nella mano e subito, una leggera, istintiva pressione da sorpresa con il bicchiere che si frantuma in mille schegge impazzite nelle mie mani, in un insolito lavandino panna e fragole con schiuma Nelson piatti e sangue a sostituirli. Non l’ho notato perchè sempre più spesso vivo senza nemmeno accorgermene, come una foto di gruppo in cui tutte le persone sono sfocate mentre le crepe del muro alle loro spalle sono chiare, limpide, perfettamente delineate nei loro fastidiosi chiaroscuri di incertezza.


Questo mondo è troppo veloce e mi fa sentire male, quasi stordendomi. Possibile che di tutto quello che faccio e che sento rimangano dei flash estemporanei, distorti nei ricordi, con personaggi e suoni cosi particolari da sembrare irrealistici, precostruiti, asssolutamente infondati, completamente inventati, quasi riempitivi fasulli creati per alimentare quell’ego sempre più spesso preso a sberle dall’inevitabile endovena di incertezza, abitudine e grigio liquido noioso. Tenerlo in vita con false certezze e ipotetici sogni di riscatto immediato e repentino, mentre ogni giorno ti ripeti allo specchio “Da domani…”, “Domani però…”, “Ma domani vedranno…”

Vorrei sorridere ai ricordi di colazioni, corse in bici, temporali estivi e soleggiate mattine di domenica, odore di caffè, teneramente semplici e genuini ma non ce la faccio ormai. Quindi ricordi sempre più finti, mentalmente recitati, che vanno tristemente bene per fare bella figura con se stesso, pur sapendo di mentire, come il seno finto di una sorpassata top model cinquantenne.
Ogni ricordo diventa sempre più bello e variopinto, e tutte le lezioni che dovresti imparare da quelli brutti le eviti, perchè quelli si trasformano in nostalgici errori di distrazione, gioventù, incertezza, tempi non maturi, per negare il dolore che “ti serve” ma fa troppo soffrire. La nostalgia, la malinconia alimentano vasi lacrimosi e ferite al cuore, generano una compilation di rimpianti che sono annuari scolastici con la foto della più bella della classe, quella che piaceva a tutti ma a te di più.
Quindi poi trovi normali quelle sere strane, che di colpo, mentre allegro parlavi con gli amici, cominci a fissare un muro, senti uno strano disagio, la morsa nello stomaco, pensieri e proiezioni video-cerebrali, le orecchie si riempono di white noise isolante e riempitivo. Il magone che sale leggermente in gola quasi stimolandoti il condotto lacrimale e il nervo sovra-sfruttato del cambio d’umore repentino. E la cosa più brutta e che ti piace questa viscida sensazione, anche se la tua espressione è completamente distorta in un’espressione seria e triste con gli altri ti chiedono:

“Ma che cos’hai?”

E tu gli rispondi, con lo sguardo che non si sposta da quel muro mentre vedi le loro facce in primo piano, che ti fissano, preoccupati e fuori fuoco:

“Nulla, guardo solo le crepe della mia vita e tutti quei fastidiosi chiaroscuri di incertezza.”


Una reazione allergica a “Out of focus”

  • Rossoresina ha scritto:

    Vorrei commentare in qualche modo, ma non credo ci sia un modo per commentare (anche se a conti fatti lo sto facendo), semplicemente perché ogni commento sarebbe alla stregua di quel “Ma che cos’hai?”, che non ha senso ed effetto alcuno, proprio come il taglio del vetro del bicchiere…

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