Fragole con panna

Erano in giro per casa ieri, le fragole…roba di festeggiamenti per compleanno di Madre, piccolo dessert post-polenta taragna…le inabisso nel loro stesso succo poi spruzzo panna montata industriale in quantità, giro, faccio miscugli che si trasformano in liquore rosa e via un’altra spruzzata, dosi sovrabbondanti che quasi sarebbe il contrario, panna con leggero aroma di fragole come definizione corretta…è cosi che mi piacciono, è cosi che vuole il mio corpo.

Nonostante i bicchieri larghi, forma conica pronunciata, effetto ‘frosted ice’ opaco con bordino bianco che urlano occasione speciale, l’atmosfera è rovinata dal classico ospite non-benvoluto che spesso sei costretto ad invitare…predica bene, razzola male mentre lancia sassi dal pulpito e che pulpito, procace identificatore di pagliuzze nell’occhio altrui e rinomato collezionista di travi nel retrobottega…zittisce, non ammette repliche, portatore insano di verità assolute anche se basterebbero tre frasi dette a modo con piglio duro per distruggere i castelli di carte mentali in cui si sente il re indiscusso ma no, non si può, il pomeriggio dev’essere all’insegna del buon cuore, del capire le situazioni difficili degli altri, annuire, far buon viso a cattivo gioco, trangugiare panna e fragole facendo finta di non sentire, dimenticarsi le contraddizioni e lamenti e pianti che escono uno dopo l’altro da quella bocca arrabbiata che avrei voglia di ribaltare il tavolo spaccando tutto e urlare “hai rotto il cazzo” ma no, mangio panna, con leggero aroma di fragole.

Che palle.

Mi rifugio in caverna, fingo di dover lavorare, accendo tv e musica assieme, modifico due foto, ne scatto altre, leggo, mi informo, recupero energie per la serata di stasera dopo il post-notte della giornata passata, carnevale, coriandoli per le strade e quei filamenti di carta che non ricordo come si chiamano, mi piaceva aprirli da piccolo e tenerli con due dita e soffiarci in mezzo con quelli che si svolgevano a spirale…non ne ricordo il nome…eppure è uno di quei nomi che escono naturali, non puoi dimenticarlo, come i coriandoli, non puoi dimenticare come si chiamano i coriandoli. 

Stelle filanti.

Ecco. Stelle filanti cazzo…che chissà poi perché “stelle”…di sicuro filare filano ma non mi pare stellino…sarà una reminescenza delle code delle comete o chissà a quale tradizione pagana sono inchiodate.

Coriandoli, stelle filanti, carnevale. Carnevale è bello. L’ho snobbato per anni, errore mio…come la polenta, le fave, le lenticchie, l’hockey su ghiaccio. Sfilavo da piccolo, roba classica che nessuno più ricorda, Arlecchino…e mi trovavo sempre in competizione mentale con Pulcinella, c’era qualcosa che mi dava fastidio dei bambini-pulcinella, come se fosse un derby del cuore, uno scontro tra tifosi nel parcheggio pubblico adiacente retro-stazione e ricordo pure un Pulcinella con una cerbottana, mi tirò sul collo una di quelle caramelle dure di gomma, colorate e di cemento fuori, morbide dentro, male cane, un secondo soltanto e quel Pulcinella sparito e io odiavo Pulcinella pensai, per me il mondo si divideva tra Arlecchini e Pulcinelli, trovai pace solo un po’ più grande, Arlecchino messo in cantina, alla ribalta vestiti da fantasma fatti con lenzuoli, vampiri con mantello, forse pure un paio di Zorro anche se ve lo dico, mai piaciuto Zorro, che baffi e che cappello del cazzo.

Poi basta. Per anni. Sbagliando…che carnevale è bello dicevo, e adesso magari non mi vesto ma ci vado a fare foto, mi butto sulle strade a cogliere pezzi di momenti particolari, che a carnevale nessuno ti rompe il cazzo, tutti rilassati e spontanei…il miliardario in maschera da orango sta sotto una pioggia di schiuma e coriandoli come il cassintegrato Batman con tre figli al seguito e lo scemo del villaggio può essere re per un giorno, l’ubriacatura non è molesta, puoi scherzare, parlare e abbracciare sconosciuti, se fai foto la gente sorride ed è contenta, nessuno ha filtri, preoccupazioni, povertà, tasse e portafogli vuoti, malattie da curare, fine mese incombente e conto in rosso…dovrebbe essere carnevale ogni giorno, il mondo sarebbe migliore, il mondo sarebbe caotico ed equo, il mondo sarebbe più divertente e più bello da vivere.

Però arriva la sera, il weekend termina, le strade tornano nere come il carbone dopo una notte di rumorosi mezzi spazzola-risucchianti, spunta il sole ed eccole disseminate di ruote e clacson impazziti, l’orango torna ad essere il manager in carriera dirigente di società, il cassintegrato non è più Bruce Wayne in incognito contro la malavita ma si ritrova di fronte l’estratto conto che gli comunica un fine mese terribile mese con solo 100 euro per campare e anche tu…tu, ti ritrovi di nuovo dentro la tua scatola di cartone, imbalsamato e rigido come una bambola, descrizione sopra la pellicola trasparente frontale sul solito scaffale della grande distribuzione mondiale umana, indicazioni laterali multilingua su usi, materiali, precauzioni per minori, informazioni di smaltimento, marchio CE, simbolo del riciclo.

Rientriamo in ruoli, recite, copioni.

“Incredibile come alla fine…l’unico giorno in cui non indossiamo una maschera…sia proprio carnevale…” mi fa un amico, mentre su questa riflessione, ci mangiamo una pizza sopra.

Cazzo. Si.


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