I castelli costruiti in aria sono crollati

Avere un castello è una cosa importante per un paese, soprattutto se non è un granchè, come il mio. Per vederla come una metafora di un amore adolescenziale, è come l’unico ragazzo della compagnia con il motorino o con il macchinone. Insomma, non maschera gli altri difetti ma ad un primo appuntamento sicuramente fa colpo.
La pioggia che bussava insistentemente sulla stoffa del mio ombrello come un venditore di enciclopedie, si è rassegnata, lasciando spazio ad una piacevole pioggerella. La salita che sto percorrendo, porta al castello dei Medici che domina il resto del paese da una collina. Non è una strada particolarmente lunga o difficile anche se tortuosa.

Ricordo che quando ero bambino, la gita verso il castello era un’avventura. Per le mie gambe corte, la salita durava un’eternità, con lo zainetto per la merenda, e la maestra che invitava tutti a stare sulla destra.
Era il periodo dei “che cosa farai da grande?” al quale tu rispondevi “L’astronauta” o “l’ingegnere” o ancora “il pilota di formula uno”. Incredibile come chi me lo chiedeva allora, ancora oggi ogni tanto mi rifà la stessa domanda, e io mi ritrovo molto più insicuro di quando ero un bambino. Spesso rispondo con un triste “non lo so”. Perchè?

A quei tempi tutto sembrava grande e meraviglioso, il mondo come terra di conquista. I passi erano piccoli ma sicuri, così guidato da un folla che limitava la tua libertà. Poi arriva il mondo e tu ti credi finalmente libero, quando in realtà ti hanno solo infilato in una scatola più grande. Fai più strada ma la fai molto più in fretta, non guardi i cartelli, non guardi la gente che ti scorre affianco. Troppo veloce. C’è solo la strada e la linea bianca continua che porta ad un obiettivo che non conosci finchè non lo vedi, sempre che compaia davvero.

“It takes a hundred miles of love
To heal a mile of pain…”

(Servono cento miglia di amore per guarire un miglio di dolore)

Ben Harper in cuffia mi ricorda questa sacrosanta verità mentre continuo la mia scalata verso il castello.

Quando si cresce le miglia di dolore diventano centinaia mentre quelle dell’amore sempre meno…come si fa quindi a terminare lo show almeno con un dignitoso pareggio? Andare sempre più veloci e più lontano, sempre su quell’autostrada dritta ma andarci con qualcuno forse, una monovolume con amici e famiglia al seguito. Sempre veloci, sempre distratti, ma in compagnia, è questa la via Ben?

Ormai anche la pioggerella ha desistito e chiudo l’ombrello, sulla destra, su una collina, spunta il castello dei Medici. Non vedo la facciata ma so che è molto più malridotta che in passato. Il vialone in ghiaia che da bambino mi sembrava bellissimo ed enorme oramai viene quasi usato come rotonda per le inversioni di marcia ed è pieno di solchi. Dalla corte interna proviene una luce quasi surreale, ma non è più indice di feste o ricevimenti, ma solo i fari dei mezzi agricoli parcheggiati all’interno. Certo che da bambino faceva un’altra impressione ma si sa che le cose cambiano, tinteggiandosi di grigio. Ripensandoci, Il vero desiderio, la vera ambizione è smetterla di crescere, accontentandosi delle cose semplici. Ma ci si può credere solo quando si è piccoli, il classico periodo in cui non si vede l’ora di diventare grandi.
Prima di tornare a casa dò un ultimo sguardo alla torre del castello e ripenso a tutti i sogni e le ambizioni e a quanto in realtà sono inutili e fuorvianti, figli di una cultura completamente sbagliata.

“Ma adesso i castelli costruiti in aria sono crollati, però tu sei ancora in piedi eh? Vecchio mio?”


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